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Venerdì 17 aprile 2026 ore 16:10

Politica

L’orrore delle guerra: alla ricerca di risposte da dare agli studenti

Venerdì 17 aprile 2026 ore 13:50 Fonte: Strisciarossa
L’orrore delle guerra: alla ricerca di risposte da dare agli studenti
Strisciarossa

Sono un insegnante di Storia e, tra le tante testimonianze utilizzate a scuola per raccontare gli orrori della Prima guerra mondiale, ho scelto di ricorrere anche a un progetto grafico di dieci anni fa, da mostrare ai ragazzi nel corso delle lezioni. Si tratta di Valiant Hearts: the Great War, ed è un progetto grafico, a sua volta ispirato a un videogame che ha avuto molta diffusione tra i giovani.

Ebbene sì, ritengo che ogni strumento (dal romanzo alla fonte storiografica, dalle poesie ai monumenti sino ai documenti ludici, come un gioco elettronico) possa essere utile per mostrare ai ragazzi quell’immane carneficina che è stata la Prima guerra mondiale. Eppure, proprio mentre raccontavo ai ragazzi la trama di Valiant Hearts ho avuto un’esitazione.

La trama del videogame e del racconto per immagini è appunto quella della vita nelle trincee e della distruzione causata dai bombardamenti attraverso il punto di vista di quattro personaggi: un soldato dell’impero tedesco, un contadino francese, un volontario afroamericano e un’infermiera belga, tutti legati dal comune destino della precarietà della vita, proprio a prescindere dallo schieramento di appartenenza di ciascuno di loro. O a prescindere dal loro ruolo ricoperto nelle forze armate.

Infatti, la mia esitazione di fronte ai ragazzi si è poi trasformata in un sussulto. Perché ho pensato che Valiant Hearts potrebbe essere anche la trama odierna di un giovane libanese che sfugge ai bombardamenti dell’Idf su Beirut, a un gazawi che lotta ogni giorno tra le macerie della propria città per cercare acqua e cibo, a un iraniano che sente minacciata di distruzione totale la propria civiltà tramite una intimidazione via social su scala mondiale, a un ucraino che lotta da quattro anni per la propria sopravvivenza perché in ogni momento è consapevole che una minaccia dal cielo può togliergli la vita.

Come faccio a raccontare gli orrori della Grande guerra senza pensare agli orrori delle grandi e tante guerre che continuano a martoriare il nostro pianeta ai nostri giorni? Con quale faccia racconto agli studenti le atrocità del passato, dimenticando o restando indifferente a quelle di oggi?

Posso anch’io dire non condivido e non condanno? Invece no, io condanno.

Condanno con tutta la forza che ho dentro. Condanno l’impiego ancora oggi, a più di un secolo dalla Grande guerra, del linguaggio delle bombe per risolvere qualsiasi controversia internazionale; condanno il respingimento della lezione novecentesca del pacifismo che pure in Italia ha potuto contare su testimoni autorevoli quali Aldo Capitini, Danilo Dolci e padre Alex Zanotelli e che oggi viene ignorata dalle associazioni internazionali, con una superficialità che non trova ragione in nessuna delle motivazioni alla base dei conflitti odierni; condanno il rifiuto dell’antimilitarismo e della nonviolenza, oggi considerati stanchi retaggi di un Novecento che sembra non trasmetterci più quegli insegnamenti che ci avevano permesso di vivere in pace sino a questo momento.

Ma se ripenso ai miei ragazzi, il sussulto che provavo prima diventa ora imbarazzo. Se, infatti, in un qualche modo io sono riuscito a spiegare le origini della Prima guerra mondiale con tutta una serie di cause che la storiografia ha da tempo classificato a vari livelli, distinguendole tra cause remote (il diffondersi dei nazionalismi in Europa, l’affermazione di filosofie di tipo irrazionalistico, le trasversali corse agli armamenti, ecc.) e cause prossime (la suddivisione militare dell’Europa in due schieramenti opposti quali Triplice Intesa e Triplice Alleanza) sino alla scintilla che fece scoppiare i Balcani, “polveriera d’Europa” (l’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando), oggi quali cause posso presentare agli allievi della scuola, anche solo per esporre gli andamenti degli attuali conflitti?

Forse devo illustrare ai giovani che l’attuale conflitto in Iran nasce, come ricorda Fabio Mini su Il Fatto Quotidiano di venerdì 10 aprile 2026, su iniziativa di un presidente “che agisce d’istinto, all’interno di un ritratto di famiglia di un gruppo di potere incapace di discernere tra interesse personale del presidente e quelli dell’intera nazione”? Come posso poi giustificare quella brutale ecatombe di civili che emerge dai cumuli di macerie a Beirut, nella valle della Bekaa, a Tiro e a Sidone, dopo gli incessanti bombardamenti israeliani?

Oppure posso narrare che l’Iran, che è oggetto della narrazione di quest’ultimo conflitto, è solo quello di una minima parte della sua popolazione, cioè quella dei pasdaran che, come sostenitori del regime, si contano tra i dieci e i quindici milioni di individui? Mentre chi soffre maggiormente è quella stragrande parte di popolazione persiana (più di 75 milioni di persone) che ora è condannata al blackout, all’interruzione della connessione, al carcere per gli oppositori politici e alla repressione interna (da più di quarant’anni) e che da qualche settimana si ritrova appunto schiacciata da una guerra esterna?

Come posso presentare la distruzione sistematica di ospedali e strutture mediche a Gaza, a cui associare un blocco degli aiuti umanitari da intendere come un uso della fame quale arma di guerra? Quali cause, dunque, posso addurre ai miei studenti, anche solo per argomentare l’esistenza degli attuali scenari bellici e di eliminazione dei più basilari requisiti di sopravvivenza per una popolazione?

A tutte queste domande prova a offrire una parziale risposta Jürgen Habermas, il filosofo recentemente scomparso, nel suo Per un mondo migliore, edito da Feltrinelli. Partendo dall’aiuto economico e militare dell’Europa all’Ucraina, il pensatore tedesco ha sostenuto che “pur nel sostegno all’Ucraina, più che doveroso ma strategicamente sconsiderato, la politica e l’atteggiamento delle disorientate élite occidentali si sono via via ridotti alla dimensione militare.

La mia non è affatto una critica agli aiuti decisi, ma l’assenza di prospettive con cui l’Occidente, privo di iniziative proprie, si abbandona ai riflessi acquisiti durante la Guerra fredda”. Insomma, Habermas chiede meno paura ai governanti europei la cui politiche appaiono invece prive “di qualsiasi iniziativa autonoma e tempestiva di fronte alla barbarie di una guerra il cui protarsi stagnante e senza prospettive vede l’Occidente corresponsabile” (J.

Habermas “Europa, svegliati e torna a parlare la lingua della pace”, Repubblica, 8 aprile 2026). Pertanto, sulla scia delle riflessioni del grande studioso tedesco, quello che manca a noi europei benestanti è un momento di orrore condiviso per le conseguenze di qualunque guerra e il superamento di una sorta di indifferenza alle sorti degli altri, fino a quando non ci riguarderanno direttamente?

È questa la risposta soddisfacente che posso fornire ai miei allievi? L'articolo L’orrore delle guerra: alla ricerca di risposte da dare agli studenti proviene da Strisciarossa.

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