Politica
Meloni, una frana che non si ferma
Siamo un piccolo giornale che parla di poche cose, e dobbiamo selezionare con attenzione gli argomenti. Forse però abbiamo sbagliato a non occuparci della frana di Niscemi, in Sicilia.
Perché da lì, dal gennaio scorso, ha inizio un’altra frana, quella che coinvolge la presidente del Consiglio e non pare voglia fermarsi. Da qualche giorno ci sono i nomi degli indagati per disastro colposo: tra loro, l’ex presidente della Regione, ministro meloniano in carica – addirittura quello della Protezione civile –, e il presidente attuale: entrambi esponenti della maggioranza di governo, entrambi dovranno difendersi dall’accusa di non avere fatto nulla per mettere in sicurezza Niscemi, nonostante si fosse a conoscenza, da molti anni, del concreto rischio di frana, e nonostante ci fossero i soldi per realizzare le opere necessarie.
Sarà stato un caso, allora, che al referendum, con una partecipazione al voto più bassa rispetto a quella di altre zone del Paese, in Sicilia ci sia stata una vittoria schiacciante del “no”? Non si sarà trattato di una manifestazione di dissenso anche da parte dei suoi stessi elettori, il segnale che le cose cominciavano a non girare per Giorgia Meloni?
Vediamo poi cos’altro è successo. Dopo la sconfitta al referendum, Meloni prova, per quanto possibile, a riposizionarsi.
Chiede e ottiene le dimissioni dal governo di alcuni dei suoi più impresentabili, ma soprattutto non concede più a Trump quella fiducia, quell’assegno in bianco, che gli aveva rilasciato fin dal giorno della sua rielezione alla guida della prima potenza mondiale. Un ravvedimento imposto certo dalle circostanze, dalle azioni e dalle dichiarazioni sempre più folli del tycoon, e però anche l’ammissione implicita di essersi sbagliata.
Che senso aveva sostenere ancora Trump sull’intervento in Venezuela e il rapimento di Maduro? Pur ammettendo che l’ex uomo forte venezuelano non fosse uno stinco di santo, apparivano pretestuose le accuse di narcotraffico, e, riguardo al principio tanto amato da Meloni della sovranità nazionale, non c’era stata una sua flagrante violazione già con quel rapimento?
Non c’era bisogno di attendere l’aggressione all’Iran, con tutte le sue conseguenze anche economiche, per rendersene conto. È proprio un abbandono del nazional-populismo, al fine di fermare la frana, quello che si prospetta oggi davanti agli occhi di Meloni?
Taluni non solo lo prevedono, ci sperano, arrivando a immaginare un approdo meloniano al gruppo dei popolari europei. Noi siamo più cauti al riguardo: è vero che per Meloni è indispensabile riposizionarsi, e infatti lo sta facendo (un altro importante segnale è venuto dal mancato rinnovo dell’intesa militare con Israele), ma di qui a pensare che la presidente del Consiglio possa non essere più la postberlusconiana e postfascista che è, ce ne corre.
Meloni infatti non ha a che fare soltanto con i contorcimenti del sovranismo, deve anche guardarsi dai suoi colpi di coda. Uno di questi si chiama Vannacci.
I sondaggi dicono che, senza un allargamento dell’alleanza verso l’ex generale, non ci sarebbe partita alle prossime elezioni: per lei la sconfitta sarebbe sicura. Meloni, quindi, non può staccarsi più di tanto dal suo passato di estrema destra, non può diventare tout court più moderata.
Al tempo stesso, però, se è giusta la lettura che ne diamo (vedi qui), le acque agitate dalle parti di Forza Italia, che sarebbe la componente centrista della sua coalizione, indicano che potrebbe essersi aperta una fase in cui i berlusconidi andranno a riappropriarsi al cento per cento del partito di famiglia. Con conseguenze, per Meloni, non proprio piacevoli – se, come tutto lascia pensare, questo partito vorrà far valere il suo essere ago della bilancia nel prossimo parlamento.
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