Nashr

Venerdì 17 aprile 2026 ore 16:10

Politica

La crisi non è un’eccezione in un sistema organizzato per produrre instabilità

Venerdì 17 aprile 2026 ore 13:51 Fonte: Strisciarossa
La crisi non è un’eccezione in un sistema organizzato per produrre instabilità
Strisciarossa

Conviene partire non tanto dalla crisi energetica recente, riacutizzata dai conflitti in corso, quanto dal modo in cui essa viene comunemente interpretata. La narrazione dominante segue uno schema apparentemente lineare: un conflitto geopolitico interrompe i flussi di petrolio e questa interruzione si traduce in instabilità economica.

Prima la guerra, poi l’economia. Una sequenza che appare intuitiva proprio perché si fonda su un presupposto raramente esplicitato: che il sistema economico sia, in condizioni normali, intrinsecamente stabile, e che solo fattori esterni possano comprometterne l’equilibrio.

E tuttavia è proprio questo presupposto a risultare problematico. Se si assume che la stabilità rappresenti la condizione ordinaria e la crisi un’eccezione, allora ogni perturbazione viene inevitabilmente interpretata come un incidente.

Ma è forse più utile interrogarsi sul contrario: se la crisi non costituisca invece una modalità ricorrente attraverso cui emergono tensioni già inscritte nel funzionamento del sistema. In questa prospettiva, la domanda cambia radicalmente.

Non si tratta più di comprendere perché la guerra produca una crisi, ma di interrogarsi sul perché un sistema economico strutturato intorno alla competizione, alla compressione dei costi e a forme di potere oligopolistico risulti così rigidamente dipendente dalla continuità dei flussi da trasformare qualsiasi interruzione,  prevedibile in un mondo finito e attraversato da conflitti, in una crisi sistemica. Il problema di fondo non è dunque semplicemente la fragilità della crescita, ma il fatto che la crescita stessa, nelle modalità in cui è organizzata, tenda a produrre instabilità.

Ne consegue che la crisi non può essere letta come un evento esterno che colpisce un sistema altrimenti equilibrato, ma come il momento in cui un limite interno diventa visibile. L’interruzione dei flussi energetici non produce la crisi ex novo; mette piuttosto in luce le condizioni strutturali che la rendono possibile.

Per capire meglio questo meccanismo, basta tornare agli anni Settanta, quando una crisi energetica analoga rese per la prima volta visibile questa contraddizione. Gli shock petroliferi non si limitarono a generare inflazione o recessione, ma misero in discussione l’intero impianto del modello di sviluppo del dopoguerra, fondato su energia a basso costo, espansione dei consumi e crescente integrazione internazionale.

Fu anche il momento in cui entrò in crisi il compromesso keynesiano, cioè la forma storica attraverso cui le intuizioni di Keynes degli anni Trenta si erano tradotte nelle economie occidentali: un sistema in cui l’intervento pubblico e il welfare, organizzati a livello nazionale, erano sostenuti da meccanismi di regolazione internazionale. Un equilibrio che non riusciva più a contenere le contraddizioni che avrebbe dovuto governare.

È proprio all’interno di questa crisi del modello di sviluppo e dei suoi meccanismi di regolazione che, almeno per un periodo, emerse anche una consapevolezza politica del problema. In Italia, Enrico Berlinguer propose l’idea di austerità in termini profondamente diversi da quelli che oggi le vengono attribuiti.

Non come rinuncia o disciplina morale, ma come tentativo di ridefinire le modalità dello sviluppo. Non si trattava di ridurre i consumi soltanto in termini quantitativi, ma soprattutto di trasformarne la qualità, interrogandosi su cosa si produce, per chi e con quali effetti sociali e ambientali.

In questo senso, l’austerità rappresentava il riconoscimento del fatto che un sistema fondato sull’espansione continua aveva iniziato a produrre contraddizioni che non era più in grado di governare. Questo punto va inteso senza equivoci.

L’austerità, in questa accezione, non coincideva con la riduzione della spesa pubblica né con l’ossessione per il pareggio di bilancio. Poteva anzi implicare un ruolo più attivo dello Stato, anche attraverso il deficit, qualora ciò fosse necessario a garantire i bisogni sociali e a riorganizzare la produzione.

Ciò che veniva messo in discussione non era il livello della spesa, ma il suo orientamento: non quanto si produce e si consuma, ma che cosa, come e per quali fini. Non si trattava, dunque, di un richiamo etico, ma del riconoscimento che il modello di sviluppo aveva raggiunto una soglia critica.

Ciò implicava che lo sviluppo economico e sociale fosse giunto a un punto in cui non operava più come sviluppo. Perché lo sviluppo non coincide con la crescita, ma neppure con la sua semplice negazione: non basta produrre di più, né basta produrre di meno.

Si tratta piuttosto della capacità di una società di affrontare e risolvere le contraddizioni che ostacolano la propria riproduzione, riorganizzando l’uso delle risorse e ampliando le proprie possibilità. La frattura tra produzione e bisogni sociali Se si assume questa definizione di sviluppo, diventa possibile rileggere in modo diverso una serie di fenomeni che vengono spesso trattati come inevitabili.

Si consideri, ad esempio, l’organizzazione del lavoro. La congestione quotidiana delle grandi aree urbane, con milioni di persone che si spostano negli stessi orari consumando tempo, energia e infrastrutture, viene generalmente percepita come inevitabile.

Tuttavia, l’esperienza del lavoro da remoto ha mostrato che una parte consistente di questi spostamenti non è necessaria. Questo rinvia a una questione più profonda: il modo in cui il lavoro è socialmente distribuito.

Non si tratta soltanto di dove si lavora, ma di come il lavoro è ripartito tra individui e settori, nei tempi e nelle quantità. Una diversa distribuzione del lavoro rappresenterebbe non una semplice ottimizzazione, ma una trasformazione del rapporto tra produzione e bisogni sociali.

Analogamente, nel settore alimentare, i dati indicano che circa un terzo della produzione globale viene dispersa lungo la filiera. Secondo la FAO, non si tratta di una carenza di risorse, ma di una configurazione produttiva che tende a generare simultaneamente sovrapproduzione e inefficienze distributive.

La questione, ancora una volta, non è produrre di più, ma produrre e consumare diversamente, riallineando i processi economici ai bisogni effettivi. Un discorso simile vale per il turismo di massa.

Organizzazioni come il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente e il WWF hanno evidenziato da tempo i costi ambientali di questo settore, dalle emissioni al consumo intensivo di risorse locali, fino al degrado degli ecosistemi, senza che ciò ne abbia realmente rallentato l’espansione come ambito privilegiato della crescita. Questi esempi non rappresentano deviazioni occasionali, ma manifestazioni di una contraddizione più generale.

Da un lato, la capacità produttiva della società raggiunge livelli sempre più elevati; dall’altro, l’utilizzo effettivo delle risorse risulta disallineato rispetto ai bisogni sociali. Ne deriva una tensione strutturale tra potenzialità e realizzazione, tra produzione e uso, tra bisogni e meccanismi di soddisfazione.

È a questo livello che lo sviluppo tende a rovesciarsi nel suo contrario. Se sviluppare significa ridurre tali contraddizioni attraverso una riorganizzazione consapevole delle attività economiche, allora la loro persistenza indica un blocco del processo di sviluppo, nonostante la continua espansione quantitativa.

A partire dagli anni Settanta, questo blocco non viene superato, ma aggirato. Poiché non è in grado di trasformare i rapporti sociali su cui si fonda, il sistema tende a spostare le contraddizioni nello spazio e nel tempo: globalizza la produzione, intensifica l’uso di energia, estende le catene del valore e accresce la propria dipendenza da equilibri geopolitici instabili.

In tal modo, non elimina le tensioni, ma ne modifica la forma e la distribuzione. Il risultato è un paradosso sempre più evidente: la crescita continua, ma si indebolisce la capacità della società di affrontare e risolvere le contraddizioni che essa stessa produce.

Questa dinamica non è accidentale, ma radicata nella logica dell’accumulazione, che spinge all’espansione e alla redditività anche quando ciò comporta un aggravamento delle tensioni su cui il sistema si regge. Quando l’interdipendenza diventa vulnerabilità Questo nodo non è del tutto nuovo.

Già negli anni Trenta, John Maynard Keynes, riflettendo sul tema dell’autosufficienza nazionale, metteva in guardia rispetto a una forma di integrazione economica spinta al punto da sottrarre alle società la capacità di orientare razionalmente il proprio sviluppo. Il problema, per Keynes, non era l’interdipendenza in sé, ma una sua configurazione tale da rendere i sistemi economici sempre più efficienti e, al tempo stesso, sempre meno governabili.

È in questa linea che si colloca il problema attuale. Non è l’interdipendenza in quanto tale a costituire un limite, ma la forma che essa assume: una interdipendenza organizzata secondo criteri di efficienza e accumulazione che, nel perseguire la massimizzazione dei risultati economici, finisce per compromettere stabilità, razionalità e coerenza sociale.

Si configura così un sistema che ottimizza molte delle proprie variabili interne, ma non le condizioni della propria stabilità complessiva. La crisi energetica attuale rende visibile questa dinamica.

Un’economia globale fortemente integrata, ma strutturalmente dipendente da alcuni snodi critici, si dimostra incapace di assorbire interruzioni localizzate senza generare effetti a catena. Il caso dello Stretto di Hormuz è emblematico: un passaggio geografico relativamente ristretto, attraverso il quale transita una quota significativa del petrolio mondiale, assume un ruolo sproporzionato rispetto alla sua dimensione, diventando un punto di vulnerabilità sistemica.

Tale configurazione non rappresenta un’anomalia, bensì l’esito coerente di un modello che ha progressivamente concentrato flussi e funzioni in nome dell’efficienza. Nonostante ciò, le risposte adottate tendono a rimanere interne allo stesso paradigma: si cerca di garantire le forniture, di stabilizzare i mercati, di diversificare le fonti, senza mettere in discussione i presupposti che rendono il sistema vulnerabile.

È qui che si manifesta una dimensione propriamente ideologica. Se è possibile concepire limiti relativi alle risorse naturali, alle dinamiche politiche o alla stabilità internazionale, risulta invece assai più difficile immaginare un limite alla crescita.

E tuttavia è proprio la crescita, nelle forme attuali, a contribuire alla produzione di tali limiti. Anche il concetto di austerità subisce, in questo contesto, una trasformazione radicale rispetto al significato che aveva assunto nel dibattito degli anni Settanta.

In Berlinguer, l’austerità rappresentava un tentativo di ridefinire lo sviluppo, intervenendo sulle modalità della produzione e del consumo per affrontarne le contraddizioni. Oggi, al contrario, essa tende a configurarsi come uno strumento di adattamento del sistema, volto a preservarne il funzionamento attraverso la redistribuzione dei costi sociali, senza mettere in discussione le logiche che li generano.

Ne deriva una situazione di impasse. Da un lato, il sistema non può continuare a espandersi senza intensificare le proprie contraddizioni; dall’altro, non può risolverle senza mettere in discussione i rapporti sociali che lo strutturano.

La tensione che ne deriva tende ad accumularsi, fino a manifestarsi sotto forma di crisi. La crisi, in questa prospettiva, non costituisce un evento eccezionale, ma il momento in cui contraddizioni latenti emergono e vengono temporaneamente riorganizzate, senza tuttavia essere superate.

È per questo che le crisi si ripresentano. La questione fondamentale non riguarda più le modalità di stabilizzazione del sistema, bensì la sostenibilità di un modello che, per continuare a funzionare, deve costantemente trasferire le proprie contraddizioni sulla società, sotto forma di instabilità, crisi e distruzione, continuando nondimeno a presentarsi come progresso.

L'articolo La crisi non è un’eccezione in un sistema organizzato per produrre instabilità proviene da Strisciarossa.

Articoli simili

Nella stessa categoria

Argomenti