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Oltre il neoliberismo: per uno Stato che produce valore e beni comuni

Giovedì 23 aprile 2026 ore 08:02 Fonte: Valori
Oltre il neoliberismo: per uno Stato che produce valore e beni comuni
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La notizia della morte dello Stato è francamente sopravvalutata, si potrebbe dire, parafrasando l’aforisma (apocrifo) di Mark Twain. E anzi lo Stato emerge, in questo momento, come il soggetto che con maggiore forza sta contenendo l’offensiva del tecnocapitalismo oligopolistico.

Una battaglia in corso, e che si può ancora vincere costruendo un’alternativa radicale. È la tesi di Massimo Florio, professore emerito di Scienza delle finanze all’Università di Milano, che ha dato alle stampe di recente Il Capitale contro lo Stato.

L’intelligenza sociale e il futuro della democrazia: un’analisi della nascita, della convivenza, del divorzio tra Stato e capitalismo e del conflitto in atto. E una proposta radicale di uno Stato post-capitalista, orientato alla produzione di beni pubblici, capace di animare una intelligenza sociale in grado di costruire un’alternativa di sistema.

Lo Stato, storia di un successo (e di una crisi) I dati di partenza del libro sono illuminanti: nel 1894, anno in cui usciva postumo il terzo volume del Capitale di Marx, la spesa pubblica nei Paesi che oggi formano il G7 si attestava intorno al 5% del Pil. Oggi quella quota ha superato il 40%, di media.

In poco più di un secolo, lo Stato è cresciuto circa diciotto volte più rapidamente del mercato privato. Lo Stato, nel cuore del capitalismo avanzato, non è affatto arretrato.

È cresciuto nella costruzione di uno Stato sociale – con differenze, ma con tendenze analoghe tra i Paesi più avanzati – nella sua capacità di produrre servizi, norme, di redistribuire e ridurre disuguaglianze. E anche nell’essere soggetto che esercita funzioni economiche, strategiche, di investimento, in alternativa e in concorrenza al mercato.

Una tendenza cresciuta per decenni, ma che ha cominciato ad avere un punto di rottura negli anni Ottanta, quando gli elementi della crisi fiscale dello Stato – la crescita del debito pubblico, il peso dei modelli di welfare, il rallentamento della crescita delle economie – hanno fornito terreno fertile per un’offensiva ideologica. Nata più nei pensatoi conservatori che nella società civile, sotto il nome di neoliberismo, ha condizionato in maniera determinante l’azione politica, l’immaginario e la cultura negli ultimi quarant’anni.

Non meno Stato, ma uno Stato più debole A conti fatti, però, guardando i numeri, a quell’offensiva ha corrisposto non tanto un arretramento della presenza dello Stato nell’economia in termini di spesa pubblica, quanto un arretramento della qualità dello Stato: della sua capacità di essere regolatore, soggetto attivo, strategico. Più che ridurre lo Stato, si è redistribuita la sua funzione, lasciando sempre più spazio a regimi fiscali favorevoli ai detentori di grandi capitali, a legislazioni più leggere e a privatizzazioni sempre più estese, materiali e immateriali.

Un’azione che ha contagiato anche una parte della sinistra che, nell’entusiasmo della Terza Via, si è accomodata in una rilettura dello Stato sociale minimo, in cui tutto si sarebbe risolto riducendo le spinte collettive e dando spazio al dinamismo individuale e all’iniziativa privata. Che non sia andata benissimo, è abbastanza evidente.

Trump, malattia senile del capitalismo Anche la vicenda del secondo avvento di Trump, con le logiche neomercantili dei dazi e il patto di Stato con le imprese tech, viene letta da Florio come una una malattia senile del capitalismo: il punto estremo di un processo lungo quarant’anni in cui, a fronte del rallentamento della crescita, lo Stato viene visto come un ostacolo. Troppi beni e diritti non sono disponibili per essere privatizzati e messi sul mercato, soprattutto quando rallenta il fenomeno dell’accumulazione legata alla produzione.

Da qui l’aggressione politica allo Stato da parte del capitalismo oligopolistico. Che ha raggiunto il parossismo con il Doge – Department of Government Efficiency – affidato a Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo, con l’obiettivo dichiarato di tagliare tra mille e duemila miliardi di dollari di spesa federale, pari a una forbice tra il 15 e il 30% del totale.

Per dare la misura: il 15% della spesa federale annuale – la soglia minima del taglio ipotizzato – corrisponde grosso modo all’intero pacchetto di compensazione personale che Musk ha negoziato con gli investitori di Tesla per il prossimo decennio. Un privato, per sé, in dieci anni.

L’offensiva neomercantilista di Trump non è però un segno di forza. La perdita di peso del dollaro e la difficoltà di sostenere il debito lo dimostrano, quanto più l’avvitamento finale di un modello che non ha più alcuna sostenibilità e in cui lo Stato diventa l’ultimo ostacolo da abbattere per consentire al capitalismo oligopolico delle nuove tecnologie di fare da padrone.

Newsletter Iscriviti a Valori Il meglio delle notizie di finanza etica ed economia sostenibile. Dichiaro di aver letto e accettato l’informativa in materia di privacy Settimanale Anteprima Stato sociale e beni pubblici Il libro non è solo una narrazione storica e un’analisi delle tendenze dello Stato, della sua crisi e dello scontro con il capitale.

È un prontuario, un manuale radicale e concreto di un’alternativa. La tesi non è soltanto quella della difesa dello Stato sociale contro l’attacco del capitale.

È qualcosa di più. Lo Stato è ormai diffuso in maniera tale da aver costituito un modo di produzione pubblico che è strutturalmente autonomo, e ora incompatibile, rispetto alle logiche del capitale.

Mentre queste ultime sono orientate alla massimizzazione e alla concentrazione del profitto in capo a pochi soggetti, il modo di produzione pubblico si orienta al soddisfacimento dei bisogni della collettività. Si può fare bene o male, in maniera sufficiente o insufficiente – questo è un altro discorso.

Ma ha quell’elemento che risuonava nelle pagine di Marx nella Critica del programma di Gotha: «Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni». La produzione orientata ai bisogni, e non al profitto.

Ed è in conflitto strutturale con il capitale, nelle sue forme vecchie e nuove. C’è un paradosso che Florio segnala con franchezza: la contraddizione tra espansione del pubblico e logiche di mercato è stata capita prima e meglio dalla destra che dalla sinistra.

Mentre la prima si è organizzata per ridurre il perimetro dello Stato, la seconda ha preferito cullarsi nell’idea di una coesistenza possibile tra capitale e Stato – quando non si è direttamente vergognata di difenderlo. Il prezzo politico è però stato alto: apertura alle privatizzazioni, ingresso dei criteri di mercato nella gestione dei servizi pubblici, indebolimento progressivo della capacità di investimento e innovazione.

Il rilancio dello Stato: non solo tasse, ma impresa Come chiedeva già Federico Caffè quarant’anni fa nel suo In difesa del welfare state (1986), lo Stato non va solo difeso: va rilanciato. In questo, il tema della risoluzione della crisi fiscale dello Stato diventa decisiva, a partire da dove vengono le risorse.

Le proposte di Gabriel Zucman e Thomas Piketty sulla tassazione progressiva dei grandi patrimoni vanno nella direzione giusta, ma la loro portata è insufficiente rispetto alla sfida. Un’imposta patrimoniale come quella disegnata da Zucman genererebbe circa un punto di Pil di gettito aggiuntivo.

Secondo le stime del Fondo monetario internazionale, le economie avanzate avranno bisogno di mobilitare tra il 6 e il 7,4% di Pil in più entro il 2050 solo per tenere in piedi i sistemi previdenziali e sanitari, e finanziare la transizione energetica. Puntare solo sulla leva fiscale progressiva, secondo Florio, è una strada insufficiente e politicamente rischiosa.

Aumentare le imposte senza una strategia più ampia significherebbe colpire anche lavoratori dipendenti e autonomi, categorie che già trasferiscono allo Stato una quota superiore alla metà del proprio reddito. Il risultato sarebbe controproducente: alimentare la sfiducia nelle istituzioni pubbliche e rafforzare proprio quelle forze politiche che sulla critica allo Stato hanno costruito il loro consenso.

Per Florio la risposta sta altrove: non nella tassazione come unica leva, ma nella capacità dello Stato di produrre valore e redistribuirlo. Significa costruire una nuova generazione di imprese pubbliche a missione sociale, molto più ambiziose delle attuali partecipate – che in Italia versano al bilancio pubblico circa quattro miliardi di euro l’anno, una frazione di quanto potrebbero rendere con una gestione orientata all’interesse collettivo.

Significa valorizzare il patrimonio pubblico esistente – immobili, frequenze elettromagnetiche, dati, infrastrutture digitali – non per farne cassa una volta sola, come nelle stagioni delle privatizzazioni, ma per costruire rendite stabili nel tempo. Missioni pubbliche per uno Stato innovatore Il «più Stato e meglio Stato» è elemento essenziale per rispondere all’offensiva.

Nella sanità, nell’ambiente, nell’istruzione, nella spesa pensionistica si è radicata strutturalmente una modalità di produzione di valore e di servizi autonoma dai cicli politici, basata sulla fiscalità generale, produttrice di valore, regole e imprese. Si punta quindi a un rilancio dello Stato come soggetto imprenditore e innovatore, anche in concorrenza con il mercato e le industrie big tech.

Florio rende esplicite le possibilità concrete. Perché cedere la propria email a un server privato con sede negli Stati Uniti?

Le poste europee non potrebbero organizzare un servizio di posta pubblica – gratuito per tutti i cittadini europei – e costruire una piattaforma logistica alternativa ad Amazon? Oppure, è necessario cedere il circuito dei pagamenti a sistemi privati come Visa invece di dotarsi di un sistema di pagamento pubblico, un euro digitale garantito senza ricorso alle banche private?

Perché non costruire soggetti di ricerca dedicati ai cambiamenti climatici, alla ricerca biomedicale, a sistemi di telecomunicazione alternativi a Starlink? Le competenze tecniche esistono.

E le storie di cooperazione basate sulla conoscenza aperta – dal Cern ai progetti di ricerca sul genoma – dimostrano che vi è una strada alternativa alla privatizzazione della conoscenza. Intelligenza sociale e coscienza dei luoghi Accanto alle infrastrutture tecnologiche e alla capacità di investimento, occorre anche una nuova alleanza sociale: un ruolo maggiore per l’economia sociale – intesa come economia orientata alla produzione di beni e servizi senza avere come principale obiettivo il profitto, ma la qualità dei servizi resi – e un rapporto dialettico, anche conflittuale, nella costruzione di missioni e progetti strategici.

Contro il paradigma dell’intelligenza artificiale, Florio pone al centro un concetto diverso: l’intelligenza sociale. Non un sistema automatizzato, ma la capacità collettiva di comunità territoriali e lavorative di riappropriarsi della sfera pubblica.

Un’energia già presente – nel volontariato, nel mondo cooperativo, nelle amministrazioni che funzionano – ma dispersa e priva di riconoscimento politico. A questo si affianca la proposta di una nuova intelligenza dei luoghi.

Dopo la coscienza di classe, una coscienza dei territori – soprattutto di quelli rimasti ai margini – come soggetti attivi di un nuovo patto democratico. Uno Stato sperimentatore, capace di costruire sviluppo orientato alle persone e ai luoghi, che non abbia paura del conflitto né della ricomposizione sociale.

Verso uno Stato che produce valore Un patto sociale che vada oltre il welfare state tradizionale, preservando servizi pubblici, spazio pubblico e modo di operare pubblico. Per fare questo, è necessario invertire la ritirata strategica dei servizi pubblici – scuole, ospedali, asili – dai luoghi periferici e marginali.

Nell’illusione della riduzione dei costi, in realtà tali scelte hanno alimentano disincanto, marginalità sociale e rifiuto democratico, con costi sociali (ed economici) sul lungo periodo maggiori. Una politica che si ponga radicalmente alternativa, rispetto a certe tendenze proliferate anche a sinistra di uno Stato leggero o di logiche quasi comunitariste che credono di poter fare a meno dello Stato.

Contro questa tendenza, Florio rivendica uno Stato che espanda al massimo le proprie possibilità strategiche – di innovazione, di garanzia, di democrazia. Il Capitale contro lo Stato è un grande esercizio di immaginazione politica, e un prontuario concreto per una politica che non voglia rassegnarsi allo spirito del tempo.

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