Politica
Una critica della geopolitica
Uno strano pacifismo si aggira per l’Europa. Si presenta con caratteristiche ben diverse da quelle usuali contro la guerra in quanto portatrice di morte, di distruzione, di sopraffazione.
Vi sono oggi sedicenti pacifisti che si oppongono alle guerre in Ucraina o in Medio Oriente in quanto contrarie agli interessi dei cittadini europei. Esse infatti sottrarrebbero risorse preziose per lo Stato sociale e per le politiche di ridistribuzione della ricchezza.
Ora, se questo è l’argomento dei “pacifisti” di oggi, verrebbe da chiedere loro: dunque se tali guerre portassero benefici, sarebbero giuste, si potrebbero fare? Se seminare morte tramite bombe e missili comportasse più ricchezza, allora la guerra sarebbe legittima?
Se la sovranità europea e gli interessi geostrategici dell’Unione uscissero rafforzati dalle guerre in corso, da pacifisti ci si potrebbe trasformare in sostenitori delle guerre? Inoltre, a questo punto, ci sarebbe una domanda più inquietante da porsi: se, come spesso asseriscono gli strani pacifisti, queste guerre avvantaggiano solo Stati Uniti e Israele, allora è giusto che le facciano?
Ammettiamo che quest’ultima domanda sia paradossale; è comunque un modo per dire che oggi nel dibattito pubblico sono sempre più numerosi quelli che si oppongono alle guerre portando argomenti di tipo esclusivamente economico e geopolitico. Ma è proprio la geopolitica il problema.
Sta fagocitando tutti i discorsi riguardanti la politica internazionale, sta egemonizzando il senso comune di tanti cittadini che seguono i dibattiti televisivi sulle guerre, e si spingono a cercare notizie e informazioni oltre i media tradizionali. Arriva a essere egemone come interpretazione delle relazioni internazionali, finanche per l’opinione pubblica di sinistra.
E questo preoccupa. Perché la geopolitica nasce come una disciplina di destra, basata sugli assunti di una sorta di darwinismo sociale applicato alle relazioni tra Stati.
Si tratta di una teoria in cui gli Stati sono visti come organismi che hanno bisogno di conquistare spazio vitale per sopravvivere, e che pensa alle relazioni tra essi in termini di gioco a somma zero e non di cooperazione. Inoltre, facendo discendere lo studio delle relazioni internazionali dalla geografia, rischia di cadere costantemente in una sorta di determinismo, come se la posizione geografica di uno Stato possa far prevedere il suo comportamento.
A tale determinismo si accompagna il misconoscimento della realtà interna ai vari Stati, della loro complessità culturale, nonché della loro stratificazione sociale. Scompaiono così le lotte sociali, con esse le classi e il conflitto tra capitale e lavoro.
Spesso – e questo è molto preoccupante da un punto di vista di sinistra – una parte dell’opinione pubblica tende a ragionare in termini di puro interesse nazionale. Va detto, allora, che nella geopolitica non solo viene meno l’attenzione alla realtà interna degli Stati, ma nemmeno si considerano i vari attori e istituzioni sovranazionali come le Nazioni Unite, le Ong, le famiglie politiche, i tribunali internazionali.
Dunque, con la lente della geopolitica, i rapporti internazionali si configurano tutti come relazioni gerarchiche e di dominio. La cooperazione fra Stati non è valorizzata, il diritto internazionale è visto solo come il riflesso degli interessi più forti, e la competizione tra questi interessi viene assunta come ciò che muove la politica internazionale.
La geopolitica è una disciplina caratterizzata dall’assunto che l’affermazione dell’interesse nazionale è il motore della politica internazionale, considerando le capacità militari preponderanti rispetto a quelle diplomatiche. Le analisi geopolitiche non contemplano mai, anche quando invocano la pace, la costruzione di un luogo terzo della mediazione.
La pace è sempre la questione della resa di una delle due parti in conflitto. Infatti, nel momento in cui non si prendono in considerazione soggetti che non siano gli Stati, la geopolitica non è in grado di pensare mediazione e luoghi terzi, costituiti da Ong, organizzazioni sovranazionali, soggetti religiosi, ecc.
È conservatrice perché non ritiene che nella politica internazionale possano svilupparsi cooperazione e cambiamento, così come lo scambio di beni e servizi insieme con la circolazione e socializzazione di idee e norme basate sul diritto internazionale. Per questi motivi, è inquietante vedere una parte dell’intellettualità e dei vecchi quadri dirigenti dei partiti di sinistra storici, spostarsi su posizioni sovraniste, modellando il loro modo di pensare sugli assunti della geopolitica.
Multilateralismo e cooperazione internazionale vengono visti, così, come fumo negli occhi ideologico contro l’interesse degli Stati, e magari anche contro quello dei ceti popolari al loro interno. Nonostante la coltivazione di una retorica sui partiti del bel tempo andato, non si ha fiducia nel protagonismo di massa, nella democrazia, nello sforzo della mediazione, intesi come un rapporto fecondo tra una politica e una filosofia.
Una parte della sinistra ha dimenticato che l’affermazione della giustizia sociale, dei diritti delle classi lavoratrici, della pace fra i popoli, ha a che fare con l’apertura, la cooperazione, il multilateralismo, con il protagonismo della società civile e di quello di tutti i corpi intermedi, a livello locale e globale. Del resto, la difesa dei lavoratori non può che procedere da una critica del capitale: il che significa capire il suo posizionamento a livello internazionale, i suoi flussi, e, insieme, l’innovazione tecnologica che esso comporta.
Ma tale consapevolezza non può ottenersi con gli strumenti della geopolitica. Con la geopolitica si rimane all’interno di un ambito per forza di cose nazionalistico, in cui non è contemplata la vita di quelle stesse classi lavoratrici, né il vuoto di senso né la loro alienazione, e neppure la loro possibile connessione democratica con altre categorie di cittadini per istituire quella “social catena” (Leopardi) che faccia della politica una cosa piena di significato e intenzionalità filosofica.
La politica viene così ridotta al mantenimento del benessere materiale, senza alcuna considerazione per la vita e la sua liberazione. Manca la questione del nostro stare al mondo, manca la domanda sulla condizione di milioni di persone che vivono giorni tutti uguali, tra un lavoro sfiancante e un passaggio dal divano di casa al centro commerciale, in un tempo libero che, in virtù dei bisogni e consumi indotti, altro non è se non una propaggine del tempo di lavoro.
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