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Mobilitazione e riarmo, economia democratica e ri-naturazione: intervista a Marco Bersani

Mercoledì 22 aprile 2026 ore 05:00 Fonte: Menti in fuga
Mobilitazione e riarmo, economia democratica e ri-naturazione: intervista a Marco Bersani
Menti in fuga

La mobilitazione sociale per i diritti, per una società più giusta e contro le guerre continua a crescere con la consapevolezza che questo modello di società è fallimentare, pericoloso per il futuro che forse è già «tragicamente compromesso». Con colpevole ritardo parliamo con Marco Bersani, non solo della nuova stagione della mobilitazione – partita lo scorso autunno in favore di Gaza e che ha visto il 28 marzo scorso un altro successo partecipativo con la No Kings Italy – , ma anche della direzione autoritaria delle destre, delle scelte politiche dell’opposizione, dell’Europa.

Bersani è un interlocutore ideale per la lunga militanza e partecipazione attiva in difesa dei diritti comuni, fondatore di Attac Italia, tra i principali promotori del Forum italiano dei Movimenti per l’Acqua, della Campagna Stop TTIP Italia e socio fondatore di Cadtm Italia. Laureato in Filosofia è autore di numerosi saggi, articoli e pubblicazioni su economia e società tra i quali i volumi La rivoluzione della cura.

Uscire dal capitalismo per avere un futuro (Edizioni Alegre, 2023 e, insieme a Andrea Baranes e Leonardo Becchetti,  Per una economia critica  (Le Piccole Pagine, 2025). Marco Bersani dal sito ATTAC Italia Lei è stato uno degli organizzatori del movimento prima e della manifestazione poi che si è svolta lo scorso marzo No Kings Italy.

Ė stata una giornata di grande partecipazione e di straordinaria vitalità. I manifestanti scesi in piazza erano ben oltre le più rosee aspettative per molti dall’esterno.

Lei era così fiducioso? Perché di questa partecipazione sentita?

Mi sembra che sia in continuità con le manifestazioni dello scorso autunno contro il genocidio a Gaza, i decreti sicurezza e il riarmo. O c’è dell’altro?

In realtà ero fiducioso, perché la mia impressione era che quanto seminato nell’autunno scorso, con le oceaniche mobilitazioni per Gaza e a sostegno della Global Sumud Flotilla e le manifestazioni contro il riarmo e i decreti sicurezza, avrebbe prodotto frutti dentro la società e dentro la crisi irreversibile di un modello che non è più in grado di risolvere alcuno dei problemi da esso stesso creati: una disuguaglianza senza precedenti nella storia dell’umanità, una crisi eco-climatica che investe la vita e il futuro delle persone, una crisi economica che si regge solo sulle continue bolle finanziarie, una democrazia progressivamente sottratta dai grandi interessi della tecno-finanza industriale e militare. Contro tutto questo, è scesa finalmente in campo una generazione di giovani a cui presente e futuro non sono garantiti.

Ed è scesa in campo per restarci. Pensa che le numerose realtà associative e i sindacati che vi hanno partecipato possono far crescere la piattaforma e in che direzione?

Quali le linee programmatiche principali su cui ci si sta muovendo? Quali i prossimi appuntamenti?

Come si porta l’opposizione della società, quella dal basso in Parlamento e legiferare in altre direzioni? Siamo ancora in una fase nascente della mobilitazione sociale.

Occorre moltiplicarla in tre direzioni. Da una parte verso l’ulteriore allargamento della convergenza: quella che si è vista in piazza il 28 marzo, per quanto vasta, è solo una parte delle realtà che con le loro lotte, vertenze, pratiche ed esperienze suggeriscono un’alternativa di società; occorre costruire un luogo di riconoscimento per ulteriori settori della società.

In secondo luogo, bisogna far vivere dentro i territori e dentro le comunità territoriali gli stessi processi di convergenza, stimolando assemblee popolari che mettano insieme tutte le realtà attive. Infine, ma non per importanza, questa è una battaglia globale, per cui diventa fondamentale la dimensione europea dei movimenti sociali, sulla quale stiamo assiduamente lavorando.

Solo dopo queste fasi di accumulo, sarà possibile verificare gli effetti di tutta questa movimentazione dal basso sulle dinamiche politiche e istituzionali, Anche il risultato del referendum costituzionale è stato inatteso, almeno per le dimensioni. Lei che valutazioni da in termini di partecipazione e di sviluppo politico futuro?

Anche in questo frangente, non sono rimasto sorpreso. L’attacco alla Costituzione e alla democrazia portato avanti da questo governo è stato talmente sfrontato da trovare, ancora una volta, una reazione forte dentro la società.

Il referendum è stato il passaggio a livello per la trasformazione delle istituzioni democratiche -con tutti i loro limiti- in uno Stato autoritario. La società italiana ha fatto trovare chiuso quel passaggio a livello determinando la crisi -io credo irreversibile- del governo delle destre.

Determinanti nel voto referendario sono stati due settori precisi della società: da una parte la generazione giovane, dall’altra una fascia ampia di attiviste e attivisti dei movimenti sociali che ordinariamente fanno parte della fascia di astensione dal voto. Questo ci dice che si sono espresse -e sono state decisive per l’esito- fasce di popolazione finora inascoltate.

Il primo passo è dare loro parola. Il Governo e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sono in difficoltà, ma ho l’impressione che l’opposizione sia partita con il piede sbagliato pensando alle primarie prima che a un programma in direzione contraria a quanto espresso dall’estrema destra.

Quali sono i principali punti di un un nuovo governo per evitare, come ha scritto lei che «il risultato finale [sia] di aver semplicemente sostituito il re o la regina di turno, mantenendo intatta la relazione di dominio e sudditanza»? Se le forze di opposizione si illudessero di avere già guadagnato il consenso, traslando automaticamente il voto referendario e le mobilitazioni sociali nel futuro voto politico, farebbero un errore imperdonabile.

Ciò che deve essere chiaro è che siamo di fronte a una crisi sistemica, che non può essere affrontata senza cambiamenti sistemici. Il governo delle destre non è un incidente di percorso, superato il quale, si può tornare all’ordinario liberismo.

Occorre aprire una discussione ampia dentro la società e rompere radicalmente con l’accettazione acritica del quadro dato. Quali sono i problemi da affrontare?

Il primo è rompere la spirale bellicista che sta penetrando e trasformando la società, l’economia e le relazioni. Quindi un deciso stop ai piani di riarmo e il dirottamento di tutte le risorse verso una transizione ecologica giusta, che cambi la produzione (un esempio illuminante è la lotta dei lavoratori ex Gkn di Campi Bisenzio), che si riappropri socialmente dell’energia e favorisca l’autoproduzione di energia rinnovabile dal basso (un esempio sono le Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali, che si stanno diffondendo in molti territori), che parta dalla ri-naturazione dell’ambiente, delle città e degli ecosistemi, ponendone la gestione fuori da ogni logica di mercato.

Il secondo problema è la disuguaglianza sociale, per affrontare la quale occorre aumentare i salari di chi lavora, redistribuire il lavoro affinché lavorino tutti e tutti lavorino meno, eliminare tutte le normative sulla precarietà e garantire un reddito universale. A queste misure va affiancata una politica fiscale radicalmente progressiva che faccia pagare ai ricchi la trasformazione della società.

Tutto questo può essere reso possibile solo se si interrompe la continuità del quadro liberista che prevede la piena libertà di movimento dei capitali finanziari, la liberalizzazione e privatizzazione del sistema bancario e finanziario e di tutti i settori della società e l’assurda gabbia dei vincoli finanziari imposti dall’Unione europea; un assetto che serve solo alla depredazione della ricchezza collettiva e che va ribaltato. Infine, bisogna prendere atto della crisi profonda della democrazia rappresentativa e riportare il potere dove lo colloca la Costituzione, ovvero verso il popolo, sperimentando una democrazia partecipativa dal basso e a partire dalle comunità territoriali.

Mi rendo conto di aver snocciolato un programma rivoluzionario, ma è la crisi sistemica di questo modello a renderlo necessario. Senza se e senza ma.

Mi sembra che l’Europa, parafrasando il titolo del suo libro (DeriveApprodi, 2019), sia alla deriva. A quel tempo non c’era ancora il risultato della Brexit, sovranismi e populismi di destra non avevano un livello di diffusione nelle istituzioni come ora, e siamo in mezzo ad una terza «guerra mondiale a pezzi».

L’Europa e le sue istituzioni da dove devono ripartire? Dal riappropriarsi della ricchezza sociale e dei beni comuni?

L’Europa è ormai ben oltre la deriva e l’affermazione dei sovranismi e dei populismi di destra ne è la dimostrazione concreta. Anche qui la crisi è sistemica e non può essere affrontata senza stracciare il Trattato di Maastricht del 1992, che ha determinato nei fatti la costituzionalizzazione del liberismo come unico quadro politico-economico del continente.

L’assurdità dei vincoli finanziari e del patto di stabilità è ormai evidente a tutti. Serve un nuovo processo costituente dal basso che dica perché e su quali basi i popoli europei decidono di cooperare e non di competere, a partire dalla riappropriazione sociale dei beni comuni e della ricchezza collettiva.

E serve un continente che si apra all’esterno, senza sentirsi perennemente accerchiato da nemici artificialmente creati dalle attuali elites, ma anche con la consapevolezza che il mondo sta cambiando e che il ruolo dell’Europa nel futuro dovrà fare i conti con il proprio limite, determinato dall’emergere di società e generazioni che dall’Asia all’Africa tentano finalmente di prendere parola Un’ultima domanda: oltre al movimento NoKings a cosa sta dedicando le sue energie in particolare? Insieme alla mia associazione – Attac Italia – continuiamo ad occuparci della costruzione di un’economia democratica e di una finanza che sia al servizio dell’interesse generale, mettendo un focus sulla trappola del debito e promuovendo iniziative per il controllo dei capitali finanziari.

Inoltre continuiamo le nostre battaglie in difesa dell’acqua e dei beni comuni e contro le privatizzazioni e siamo interni al percorso Riprendiamoci il Comune attraverso il quale cerchiamo di promuovere esperienze di autorganizzazione all’interno delle comunità territoriali, perché diventino luoghi di lotta, di cura e di trasformazione. Infine, ma non per importanza, curiamo molto la formazione perché se il mondo è complesso occorre studiarlo; ma indirizziamo la formazione all’azione concreta, perché crediamo che il mondo vada soprattutto cambiato.

Per renderlo un posto di vita degna per ogni persona che vi nasce. Pasquale Esposito The post Mobilitazione e riarmo, economia democratica e ri-naturazione: intervista a Marco Bersani appeared first on Mentinfuga.

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