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A chi appartiene il cielo notturno?

Mercoledì 22 aprile 2026 ore 07:41 Fonte: MicroMega

Riassunto generato dall'IA dell'articolo "A chi appartiene il cielo notturno?". L'IA può commettere errori: ogni informazione va verificata sull'articolo originale.

Il cielo notturno, tradizionalmente considerato un bene comune dell'umanità, potrebbe subire una trasformazione radicale a causa della proposta di SpaceX di lanciare un milione di satelliti in orbita, destinati a fungere da data center per l'intelligenza artificiale. Questa iniziativa solleva interrogativi sulla privatizzazione dello spazio, poiché la presenza massiccia di satelliti potrebbe limitare l'accesso e la visibilità del cielo per le generazioni future, trasformando un patrimonio naturale in un dominio commerciale.
A chi appartiene il cielo notturno?
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Che i nuovi programmi lunari come Artemis della Nasa e Chang’e dell’Agenzia spaziale cinese porteranno, almeno in parte, alla privatizzazione della Luna, non è un segreto. Ma la privatizzazione dello spazio rischia di partire da molto più vicino: dal cielo notturno.

Vedere le stelle diventa sempre più difficile nelle zone altamente popolate a causa dell’inquinamento luminoso. Per questo motivo i grandi telescopi a terra che osservano il cielo sono situati in posti remoti, come nel deserto di Atacama in Cile.

Ora, però, rischiano di incontrare un ulteriore ostacolo che potrebbe rendere il cielo stellato radicalmente trasformato: SpaceX, che ha oltre 10.000 satelliti Starlink attivi in orbita bassa, ha chiesto l’autorizzazione alla Commissione federale per le comunicazioni statunitense (Fcc) per mettere in orbita un milione di satelliti che fungerebbero da data center orbitali per l’intelligenza artificiale.

Le conseguenze che avrebbe la realizzazione di questo progetto sono state analizzate da un gruppo di ricercatori canadesi: con 65.000 satelliti di quattro mega‑costellazioni previste (Starlink, Kuiper, OneWeb, Guowang) si arriverebbe a circa un punto luminoso su 15 nel cielo notturno che è un satellite e non una stella; estendendo il modello a un milione di satelliti, le simulazioni indicano che il numero di satelliti visibili supererebbe il numero di stelle visibili per grandi porzioni della notte e dell’anno in molte latitudini. Astronomi e agenzie spaziali hanno già evidenziato i danni a larga scala che SpaceX causerebbe: sarebbe il primo passo verso la privatizzazione del cielo notturno.

Oltre ai limiti importanti per l’osservazione delle stelle, sia per telescopi che per persone comuni, si aggiunge l’impatto ambientale: ulteriori detriti spaziali in un’orbita già congestionata aumenterebbero il rischio di collisioni a cascata, con conseguenti ricadute sulla Terra. Infatti, nonostante SpaceX stia riconfigurando la costellazione di satelliti in orbita per ridurre le collisioni e minimizzare l’impatto astronomico, i problemi legati alle mega-costellazioni persistono.

Per questo anche l’Accademia dei Lincei ha assunto una posizione chiara riguardo alla proposta di Musk, scrivendo alla Fcc per esprimere preoccupazione ed evidenziare le criticità e le gravi conseguenze legate alla eventuale realizzazione del progetto. A chi deve appartenere, allora, il cielo notturno?

Il cielo stellato è un patrimonio culturale, un bene comune globale condiviso da sempre da tutti gli esseri umani. L’ascesa di mega‑costellazioni commerciali come Starlink sta spostando di fatto questo bene in mano a poche grandi aziende e a un numero limitato di paesi, creando una forma di privatizzazione dello spazio vicino alla Terra.

Nell’orbita bassa terrestre, spazio e traiettorie sono risorse finite; se vengono dominate da pochi attori, si riduce la possibilità per gli altri di accedervi in modo equo. La visibilità del cielo notturno, esperienza che ha influenzato per secoli miti e arte, rischia di diventare un privilegio riservato solo a chi può permettersi di pagare.

Dal punto di vista giuridico il Trattato sullo Spazio Extra‑atmosferico del 1967 afferma che l’uso dello spazio deve essere a beneficio e interesse di tutte le nazioni, e che non può essere soggetto a appropriazione nazionale. Il trattato, però, non prevedeva modelli di business basati su migliaia o più satelliti commerciali, né stabilisce regole chiare sull’uso commerciale delle orbite basse.

Proprio su questa lacuna nascono oggi i dibattiti: la questione è capire se un’azienda possa occupare un pezzo di spazio comune lanciando più satelliti degli altri, e in che modo la comunità internazionale possa difendere l’interesse pubblico globale contro logiche esclusivamente private e incentrate sul profitto. Il cielo ha accompagnato l’umanità da prima che esistessero confini e nazioni.

Decidere chi può trasformarlo, e a quale scopo, è una scelta collettiva che sta per essere – e in parte già lo è – negata alla collettività. CREDITI FOTO: un satellite di SpaceX / pexels.

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