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Giordania, un Paese e le sue contraddizioni

Lunedì 27 aprile 2026 ore 15:01 Fonte: Terzogiornale
Giordania, un Paese e le sue contraddizioni
Terzogiornale

Nonostante le smentite ufficiali del governo di Amman, il Regno hascemita di Giordania è diventato, di fatto, una delle principali basi operative per la proiezione della potenza statunitense e una linea di difesa avanzata per Israele, mentre quest’ultimo prosegue la sua devastante campagna militare contro la popolazione palestinese a Gaza e in Cisgiordania. La presenza militare americana nel Paese ha conosciuto un’impennata senza precedenti: il 20 febbraio 2026, poco prima dell’attacco israelo-americano all’Iran, il “New York Times” registrava oltre sessanta velivoli militari statunitensi, tra cui jet F-35 e droni pesantemente armati, di stanza in una base nella Giordania centrale, numeri tre volte più alti di quelli abituali.

Questa massiccia concentrazione di forze ha trasformato il territorio giordano in un obiettivo legittimo per l’Iran, come dimostrano i detriti caduti sul suolo nazionale e i feriti tra la popolazione civile. La società civile giordana osserva con crescente inquietudine il proprio Paese ridotto a un campo di battaglia in un conflitto sempre più ampio.

Circa quattromila soldati americani calpestavano il suolo del Regno poco prima dell’attacco all’Iran, protetti da un accordo di difesa del 2021, approvato aggirando il parlamento. Questo trattato concede alle truppe di Washington il potere di entrare e uscire liberamente e di trasportare armi su tutto il territorio nazionale, una palese violazione della sovranità giordana, denunciata con forza, tra gli altri, da un membro storico del parlamento come Saleh al-Armouti, che ha definito le basi una minaccia per la sicurezza nazionale, chiedendone la chiusura immediata.

Il governo, dal canto suo, continua a mantenere uno schermo di ambiguità: mentre le immagini satellitari e i media internazionali confermano l’espansione delle infrastrutture militari, il ministro degli Esteri, Ayman Safadi, ha insistito nel dichiarare che non esistono basi straniere nel Paese, nel tentativo disperato di calmare una piazza sempre più ostile. La tensione tra la monarchia e la società civile era già esplosa durante la cosiddetta guerra dei dodici giorni, tra Israele e Iran, nel giugno del 2025.

In quell’occasione le forze giordane, agendo in stretto coordinamento con gli Stati Uniti, hanno intercettato droni e missili iraniani diretti verso Israele. Se per il governo si è trattato, ufficialmente, di una questione di difesa dello spazio aereo, per molti palestinesi, per gli alleati iraniani e per buona parte della società civile giordana, si è trattato di un atto di aperta complicità con lo Stato occupante.

La percezione pubblica è carica di rabbia: mentre Israele commetteva un genocidio a Gaza, uccidendo decine di migliaia di civili palestinesi in violazione di ogni norma del diritto internazionale, l’esercito giordano agiva come scudo protettivo per lo Stato aggressore. Questa profonda ferita morale ha alimentato proteste che non si vedevano dai tempi delle primavere arabe del 2011, con i manifestanti che chiedevano l’abrogazione del trattato di pace con Israele, e la fine dell’alleanza militare con Washington.

La frustrazione giordana è alimentata da un dato statistico impietoso di Arab Barometer: solo il 12% della popolazione ha un’opinione favorevole della politica mediorientale statunitense. Per la maggior parte dei cittadini, la Giordania è stata trascinata in un conflitto “per e attraverso Israele”, subendo perdite economiche devastanti, come il crollo totale del settore turistico a Petra.

Mohammad Ersan, direttore di AmmanNet, ha espresso chiaramente il timore collettivo: trasformare il Paese in un bersaglio per proteggere chi occupa la Palestina è una strategia che mette a rischio la sopravvivenza stessa della nazione. Anche i leader tribali, tradizionalmente pilastri del regime, hanno iniziato a manifestare il proprio dissenso.

Certo, non si può ignorare che la Giordania ha storicamente mantenuto un ruolo ambiguo, dalla prima guerra arabo-israeliana in poi, contribuendo a far pendere l’ago della bilancia della forza militare dalla parte di Tel Aviv, già immediatamente dopo la proclamazione unilaterale della nascita dello Stato ebraico. In ogni caso, per comprendere perché la monarchia hascemita continui a ignorare il sentimento popolare, è necessario guardare alla rete della dipendenza economica.

La Giordania è uno dei Paesi al mondo più dipendenti dagli aiuti esteri, con Washington che fornisce circa il 40% del sostegno ufficiale annuo. Una relazione, però, profondamente asimmetrica, utilizzata come strumento di controllo politico.

Il congelamento dei fondi Usaid, deciso dall’amministrazione Trump all’inizio del 2025, ha avuto effetti brutali anche sulla Giordania: circa 35.000 lavoratori, tra cui 18.000 esperti in settori chiave come la sanità e l’educazione, hanno perso il posto, innescando una fuga di cervelli senza precedenti. Il taglio dei progetti di sviluppo statunitensi è un chiaro avvertimento: se la politica di Amman non si allinea perfettamente ai desiderata di Washington, il rubinetto si chiude.

Un ricatto che la Casa Bianca ha ulteriormente esplicitato attraverso dichiarazioni, e post social senza veli, di Donald Trump, le cui conseguenze umanitarie sono devastanti per le fasce più deboli. La chiusura di cliniche per rifugiati, e il blocco dei servizi legali per donne e bambini vittime di violenza, mostrano il volto più cinico della pressione diplomatica statunitense.

A tutto questo, si aggiunge un’altra fonte di angoscia, quella per le ambizioni sioniste di trasformare la Giordania in una patria alternativa – al-watan al-badil – per i palestinesi espulsi, un progetto di pulizia etnica, che il governo israeliano sembra lentamente perseguire con il beneplacito silenzioso degli alleati occidentali. Anche se l’attuale estremizzazione ultrareligiosa della società israeliana – e la nascita e crescita di numerosissime associazioni di colonizzazione ebraica – si propongono addirittura in contrasto con il piano, più politico che religioso, della “patria alternativa”.

Il Paese rientra pienamente, infatti, nel progetto messianico della “Grande Israele”, e attira quindi su di sé mire espansionistiche che già guardano e lavorano all’occupazione di Libano, Siria e Sinai egiziano. Infine, il ruolo di Amman come “custode” dei luoghi sacri di Gerusalemme non ha mai comportato una reale reazione all’attacco sistematico della destra messianica israeliana, attualmente al governo del Paese, alla Spianata delle Moschee.

Personaggi come il ministro della Sicurezza nazionale, Ben Gvir, non nascondono neanche più l’obiettivo di prendere il controllo del terzo luogo sacro per l’Islam, arrivando a ipotizzarne la demolizione per costruire al suo posto il terzo tempio ebraico. Secondo l’interpretazione di buona parte della comunità religiosa ebraica, tuttavia, alla costruzione del terzo tempio dovrebbe provvedere il “Messia”, ma l’attuale leadership politica israeliana ritiene sia suo compito garantire la nascita del tempio e occupare la “Grande Israele”, per spianare la via all’inizio della “fine dei tempi”.

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