Politica
Il film su D’Annunzio (ben finanziato) è una sgangherata spy story tinta di rosa che piace ai meloniani
La destra lo sventola come una bandiera, ma non è che Gabriele D’Annunzio sia un talismano dei meloneri, anzi. Appena arrivato al ministero della Cultura, nell’ottobre 2022, lo spumeggiante Gennaro Sangiuliano, targato Fdi, esordì con uno scivolone, anzi uno sgambetto che si era procurato da solo con perfetta scelta di tempo, come accadeva negli intermezzi leggeri di alta scuola napoletana che nel ‘600 allietavano tra un atto e l’altro la messinscena di serie opere liriche.
Lamentò infatti vittimisticamente che mancavano film o fiction su esponenti della cultura cari alla destra, tra cui, per l’appunto, il Vate pescarese. Cui, purtroppo per la reputazione del neo-ministro, era stato dedicato giusto un anno prima “Il cattivo poeta” di Gianluca Jodice, buon protagonista Sergio Castellitto, per non dire del mediocre “D’Annunzio” di Sergio Nasca, datato 1987.
Ambientato nel ’36 il primo, col poeta guerriero spiato dal federale Giovanni Comini su incarico del segretario del Pnf Achille Starace perché osteggiava l’abbraccio con Hitler; incentrato il secondo sul giovane Gabriele, incapricciato, benché coniugato con moglie incinta, della bella Elvira che lo ridurrà da sedotto ad abbandonato. Maurizio Lombardi nei panni di D’Annunzio Nel giardino spelacchiato nella cinematografia di destra Sono passati ora pochi giorni da quando l’onorevole fratello d’Italia Federico Mollicone, inusitato presidente della Commissione Cultura, ha presentato col petto in fuori alla Camera l’anteprima di “Alla festa della rivoluzione”, diretto da Arnaldo Catinari, novantotto minuti di insensato vagabondaggio visivo sulla mitica e mitizzata impresa di Fiume, innescata dal Vate e dai suoi legionari nel settembre del 1919 in nome della “vittoria mutilata” e terminata in un bagno di sangue sedici mesi dopo, a fine dicembre del ’20.
“O Fiume o morte” urlavano i legionari accoliti di D’Annunzio, pronti a tutto per difendere una singolarissima ventura umana, politica e perfino estetica in bilico tra guizzi anarchici e culto dell’avanguardismo, aneliti di libertà confinanti con ogni arbitrio anche sessuale e ribellismo populista, utopie e futurismi. I succhi più “preziosi” di una avventura che il Vate e Comandante avrebbe instillato volentieri nella corrente originaria del fascismo sedicente rivoluzionario, peccato Mussolini avesse altri programmi di profilo, come dire, più istituzionale e ai proclami dell’immaginifico preferisse il gioco, talvolta sordido, della politica politicante.
“Alla festa della rivoluzione” secondo Mollicone and friends sarebbe dunque un risarcimento a un’esperienza dimenticata – forse abilmente nascosta dai chierici gauchisti – e da salutare con orgoglio, evidenziandone i tratti a volte profetici (esageratamente, come vedremo). Un frutto dolcissimo nel giardino invero spelacchiato della nostra cultura cinematografica di destra.
Peccato che il film, ispirato dal notevole libro omonimo di Claudia Salaris, apprezzata storica dell’arte, ne faccia un uso limitato, innestando una spy story tinta di rosa e più complicata del cubo di Rubik sul tronco della ribollente materia storica. Infuriato per quanto deciso alla Conferenza di Pace di Parigi, che proponeva di consegnare Fiume, sulla costa nord del golfo del Quarnaro, al regno dei Serbi, Croati e Sloveni, D’Annunzio aveva mosso i suoi fedeli alla conquista della città, instaurando un regime molto somigliante a un bizzarro caleidoscopio di pulsioni nazionaliste e sogni libertari, una calamita per disertori e all’opposto per soldati incapaci di svestire la divisa, aderenti ai Fasci di Azione rivoluzionaria, tra cui uno dei fondatori, Alceste De Ambris, gaudenti, fanciulle e giovinotti di ampie vedute.
E spie. Un mucchio di spie.
Nel film, girato tra antichi palazzi e vie di Udine, Palmanova, Trieste e Gorizia, D’Annunzio (un Maurizio Lombardi scipito e scolastico ma non è colpa sua), classica giacca bianca decoratissima, è immediatamente bersaglio di un attentato a opera di un’anarchica, moglie di Giulio (Nicolas Maupas), disertore post Caporetto diventato (tipico sortilegio fiumano) medico ufficiale del Comandante e della sua Reggenza del Carnaro, tenuta d’occhio dalle grandi potenze, Russia compresa. Proprio per conto del giovane regime sovietico staziona a Fiume, assistita dal colosso barbuto Dimitri Pavlov (Darko Peric), la bella Beatrice (Valentina Romani), agente segreta con un pesante conto in sospeso nei confronti di Pietro, dirigente dell’Ufficio Affari Riservati e longa manus di Mussolini, interpretato da un Riccardo Scamarcio che ne rende bene l’indole di vilain irriducibile e amorale.
“Alla festa della rivoluzione” imbocca così molti sentieri narrativi ottenendo un solo risultato: finire in un unico vicolo. Cieco.
Il buon cinema offre nel suo specifico linguaggio visivo suggestioni e fuoriscena e silenzi che accendono l’elaborazione dello spettatore. Per contro “Alla festa della rivoluzione” intasa la scena ammucchiando complotti, sparatorie e tradimenti, alternati a cupi conciliaboli e artificiose scene di sesso softcore che avrebbero sfigurato nel “Caligola” di Tinto Brass, mentre gli amoreggiamenti predestinati tra il medico brunetto e la volitiva spia del Cremlino lasciano qua e là spazio ai dilemmi del pensoso D’Annunzio.
Ne risulta un prodotto saturo e vuoto allo stesso tempo, sgangherato sia registicamente (Catinari, ottimo direttore della fotografia è al suo primo lungometraggio di peso dopo alcune regie tv) che strutturalmente. Nicolas Maupas in una scena del film In bilico tra una serie turca e una fiction romantica Cinematograficamente in bilico tra una sit-com turca tipo “If you love” e “Tradimento”, andate in onda su Canale 5, e una commedia romantica da prima serata Rai1 su sfondo thriller, il film è pure funestato da una sceneggiatura – scritta dal regista con Silvio Muccino – che ingaggia caricaturalmente i personaggi (il capo indomito, il perfido, la donna generosa, il medico sensibile e puro) in ultimativi dialoghi sempre sopra le righe farciti di frasi fatidiche su rivoluzione, fedeltà, ideali.
Zuppa di una banalità al cui confronto un albo di “Tex” sembra l’Iliade. Giulio e Beatrice, i due amanti, sono psicologicamente innattendibili e vuoti, fumettistici, tanto che si aspetta da un momento all’altro l’irruzione in scena di Diabolik con Eva Kant.
Altro che felice anarchia immaginativa e ardita esperienza politica, l’avventura fiumana risultante è un bordello vero e figurato cui si giustappone malamente una storia d’amore, vero nucleo del film. Poteva forse venirne fuori una mediocre miniserie tv in due puntate, che avrebbe però avuto un rischioso handicap: vista la prima, il settanta per cento degli spettatori avrebbe disertato la seconda.
Musiche tonitruanti e coreografie manifestamente artificiose di feste e festini completano il quadro. Il Trattato di Rapallo del novembre 1920 decreta la fine del delirio politico fiumano, Dalmazia al regno di Serbi, Croati e Sloveni, all’Italia Trieste, Gorizia, Gradisca e l’Istria.
Fiume, forte di un’antica tradizione d’autonomia, diventa Stato libero, in attesa dell’annessione all’Italia del ’24. D’Annunzio sognava una marcia su Roma, riceverà cannonate, mentre alla marcia provvederà Mussolini.
Nelle more dell’intervento armato del regio esercito a Fiume, il Vate – che cuore, che spirito – si abbandona nel film a un’elegia paracula molto peace and love degna del raduno di Woodstock, sorvolando sulla storica verità dei feroci insulti indirizzati da D’Annunzio ai “bastardi slavi” e “sporchi croati”. E occhio a definire, come cinguettano i titoli di coda, la Carta del Carnaro (variante antica di Quarnaro) una intuizione profetica di future costituzioni nel nome della libertà e della democrazia.
La Carta, elaborata da Alceste De Ambris, aveva accenti progressisti e garantiva il voto alle donne, ma non faceva cenno a partiti e pluralismo politico, si basava sul dirigismo di Stato e la suddivisione della società in corporazioni e prevedeva la possibilità di nominare, in caso di necessità, un Comandante assoluto per sei mesi, tipo il dictator nell’antica Roma. Ci ricorda qualcosa.
Questo fiore cinematografico all’occhiello della nouvelle vague benedetta da Fratelli d’Italia aveva un budget di 8,3 milioni di euro. Ne ha ricevuti quasi 3 in tax credit e 800 mila di contributi selettivi dal Ministero della Cultura, più l’investimento di Rai Cinema (al fianco produttivamente della International Film di Fulvio e Federica Lucisano) e il contributo della Friuli Venezia Giulia Film Commission.
Generosa la distribuzione in sala con 01, assai modesto il box office. Domanda: andrà meglio a “Toni Pappalardo Investigations” del nume del Bagaglino Pier Francesco Pingitore, finanziato con 800.000 euro dall’apposita commissione della Direzione Generale Cinema e Audiovisivo che al doc “Giulio Regeni – Tutto il male del mondo” di Simone Manetti ha assegnato la bella cifra di zero euro?
P.S. In tanto clima di ancillare revival, è consigliabile buttare un occhio a “Fiume o Morte!”, docufiction satirico del croato Igor Bezinović, uscito l’anno scorso, rievocazione dell’esperienza “immaginifica” tramite gli odierni abitanti di Rijeka, nome croato di Fiume, città che l’Italia ha salutato per sempre in virtù di una guerra sciagurata, è bene tenerlo a mente. Un film sabotatorio di tanta retorica dannunziana, reperibile in streaming su Wanted Cinema e Apple TV.
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