Cultura
D’Annunzio a Fiume. Esercizi di rivoluzione nostalgica.
di Walter Catalano Claudia Salaris, Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume, Il Mulino, pp.290, euro 16,00 Chi conosce la prima edizione di questo volume non troverà, nelle pagine centrali del lavoro di Claudia Salaris, nulla di sostanzialmente diverso.
La nuova uscita per Il Mulino ripropone il testo nella sua interezza originale, arricchito da un’appendice dedicata al rapporto tra D’Annunzio e le avanguardie artistiche del primo Novecento — un’aggiunta utile che contestualizza meglio la koiné culturale in cui maturò l’impresa fiumana, ma che non modifica l’impianto interpretativo complessivo. Chi dunque ha già il volume in libreria potrà limitarsi a recuperare quelle ultime pagine; chi non lo conosce ha ora una buona occasione per farlo.
Il libro resta, a distanza di anni, uno dei contributi più vivaci e documentati sulla dimensione festiva, libertaria e antiborghese dell’occupazione di Fiume (1919–1920). Salaris, studiosa del futurismo e delle avanguardie italiane, ricostruisce con dovizia di fonti e con passo narrativo agile il clima di ebbrezza collettiva che avvolse l’impresa: i concerti notturni sul lungomare, i discorsi dal balcone del Palazzo del Governo, l’incrocio improbabile tra nazionalismo romantico e istanze anarchiche, tra estetismo decadente e utopia sociale.
Fiume fu, per sedici mesi, una città-laboratorio: vi confluirono reduci di guerra esaltati e disillusi, sindacalisti rivoluzionari, arditi, futuristi, anarchici, poeti. La Carta del Carnaro, redatta dal sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris con il contributo di D’Annunzio, era un documento ibrido e visionario che mescolava corporativismo sindacale, tutele dei lavoratori, libertà di culto e riconoscimento delle arti come funzione pubblica dello Stato — un testo che non assomigliava a nulla di ciò che il fascismo avrebbe poi prodotto, e che anzi fu guardato con sospetto dagli uomini di Mussolini proprio per la sua vena egualitaria e la sua ispirazione libertaria.
Va detto, però, che tutta questa ebbrezza era ebbrezza solo italiana — e che la prospettiva slava sulla vicenda è radicalmente diversa, e non può essere liquidata come irrilevante o marginale. Fiume era una città a popolazione mista: italiana in maggioranza nel centro urbano, ma circondata da un territorio — il cosiddetto corpus separatum e i villaggi circostanti — a netta prevalenza croata e slovena.
L’annessione proclamata dai legionari era, da quella prospettiva, un’occupazione militare condotta con metodi che includevano violenze, intimidazioni e la cacciata sistematica degli abitanti slavi. Lo storico croato Rene Lovrenčić, nel suo studio sull’identità fiumana (Rijeka između dva rata, Zagabria 1988), e più recentemente Dominique Kirchner Reill in The Fiume Crisis (Harvard University Press, 2020) hanno documentato come la popolazione croata e slovena della regione vivesse l’impresa dannunziana non come festa liberatoria ma come occupazione etnica, accompagnata da episodi di violenza squadrista ante litteram contro le comunità slave.
Le stesse tecniche di intimidazione — il manganello, l’olio di ricino, la distruzione delle sedi delle associazioni culturali slovene e croate — che il fascismo avrebbe poi sistematizzato furono sperimentate a Fiume e nell’Istria di quegli anni, come ha ricostruito con precisione Milica Kacin Wohinz nei suoi lavori sulla minoranza slovena sotto il fascismo. La festa, insomma, non era festa per tutti: e chi abitava quelle stesse strade con un cognome sbagliato ne faceva un’esperienza opposta e specularmente tragica.
Ignorare questi dettagli, come per altro fa Salaris, non è lettura parziale: rischia di diventare falsificazione storica. In ogni caso il teatrino fiumano è pittoresco.
Il personaggio più memorabile — e più sconcertante — che emerge dalla ricostruzione è senza dubbio Guido Keller, aviatore, animatore del gruppo Yoga e figura di assoluta eccentricità. Keller incarnava una concezione della vita come perenne trasgressione: vegetariano radicale, nudista convinto, incline ai gesti simbolici più stravaganti (si narra di un volo sopra il parlamento di Roma da cui lanciò un pitale con un messaggio provocatorio, e di un’aquila ammaestrata che portava sempre con sé come totem personale), era al tempo stesso sinceramente antimilitarista e attratto dalla mistica dell’azione pura.
Il gruppo Yoga — nome scelto con gusto per l’ambiguità, a metà tra ironia e ricerca spirituale — raccoglieva attorno a lui artisti, disertori, libertari e irregolari di vario genere, uniti da un rifiuto viscerale dell’ordine costituito e da un’idea di comunità basata sul dono, sulla condivisione e sul rifiuto della proprietà privata. Arrivarono a organizzare spedizioni di razzia nelle campagne e nei mari circostanti – Fiume sopravviveva grazie alla pirateria navale e terrestre dei cosiddetti Uscocchi, così battezzati dal Vate e spesso capitanati proprio da Keller – non per spirito predatorio ma, almeno nelle intenzioni, per portare viveri alla città assediata e distribuirli gratuitamente alla popolazione.
Un anarchismo estetizzante e vitalista, lontanissimo da qualsiasi progetto politico organizzato. Keller era omosessuale, e questo dato non è marginale per capire la natura dell’ambiente fiumano.
Lo stesso Giovanni Comisso, che di quell’esperienza lasciò una delle testimonianze letterarie più belle — Le mie stagioni — era omosessuale, e nel suo memoir la sensualità dei corpi, la promiscuità gioiosa, l’eros maschile circolano con una libertà che sarebbe diventata impensabile di lì a pochi anni. D’Annunzio, con la sua visione estetizzante e pagana dell’esistenza, non aveva nulla della sessuofobia puritana e patriarcale che il fascismo mussoliniano avrebbe progressivamente imposto come norma.
L’omofobia militante, il culto della virilità eterosessuale obbligatoria, la repressione di qualsiasi devianza dai codici sessuali del regime — codificata anche sul piano legislativo con le circolari Mussolini-Bocchini degli anni Trenta — erano estranei alla cultura dei legionari fiumani, anzi ne costituivano il contrario. È un’ulteriore ragione, e non secondaria, per non confondere quell’esperienza con il fascismo che venne dopo, pur riconoscendo tutti gli elementi che il fascismo poté strumentalizzare e incorporare a proprio uso.
Ed è qui che il libro di Salaris chiede al lettore uno sforzo interpretativo che l’autrice, pur nelle sue simpatie evidenti per l’oggetto di studio, suggerisce implicitamente: quella cultura non è omologabile al fascismo. Keller e i suoi compagni nutrivano un’ostilità profonda verso l’ordine borghese, verso lo Stato, verso ogni forma di gerarchia istituzionalizzata — tutto ciò che il fascismo, nel giro di pochi anni, avrebbe invece esasperato e portato al potere.
La traiettoria di molti fiumani non coincise affatto con quella del regime: alcuni, come De Ambris, finirono in esilio e nell’antifascismo; altri si dispersero nell’indifferenza o nella disillusione. Keller stesso morì in un incidente d’auto nel 1929, prima di poter fare i conti fino in fondo con il regime.
La figura di D’Annunzio rimane la più ambigua e la più difficile da maneggiare storicamente. Il Vate non era un fascista, ma non era nemmeno un antifascista.
Aveva costruito la sua carriera su un nazionalismo esasperato, sull’esaltazione della guerra come esperienza estetica e rigeneratrice, sul culto della morte bella e del sacrificio — tutti elementi che il fascismo incorporò avidamente nel proprio repertorio. Allo stesso tempo, D’Annunzio disprezzava Mussolini con il fastidio aristocratico del poeta verso il politicante: lo chiamava privatamente mascellone, e non nascondeva di considerarlo un epigono volgare e un innominabile trastullo del destino (Tom Antongini, segretario del Vate per decenni, e altri, riportano la frase nelle loro memorie).
Dopo il Natale di sangue del 1920 — il bombardamento di Fiume da parte dell’esercito italiano, ordinato dal governo Giolitti e accettato supinamente da Mussolini, che non mosse un dito per difendere i legionari — D’Annunzio si ritirò sul Garda, nel Vittoriale degli Italiani, dove costruì la sua tomba-monumento e dove visse gli ultimi vent’anni in una sorta di dorato esilio volontario, sorvegliato, finanziato e neutralizzato dal regime. Mussolini aveva capito che D’Annunzio era troppo popolare per essere perseguitato e troppo imprevedibile per essere davvero utilizzato: meglio tenerlo lì, tra i suoi cimeli, i suoi libri, le sue amanti, i suoi veleni.
Proverbiale è l’aneddoto, presumibilmente veridico, del saluto che il duce in visita al Vittoriale rivolse al poeta: “Salve, o fante alato!”, al che il Vate rispose “Salve, o lesto fante!”.
La morte nel 1938 — forse un malore, forse qualcosa di meno accidentale, come alcuni storici hanno ipotizzato — lo sottrasse alla necessità di schierarsi apertamente di fronte alla guerra imminente al fianco di Hitler. Il futurismo, d’altra parte, aveva avuto un percorso in parte diverso.
Marinetti aveva aderito al fascismo con convinzione, e tuttavia anche il futurismo portava in sé tensioni irriducibili al regime: l’internazionalismo dell’avanguardia, il rifiuto del passato e dei musei (difficilmente conciliabile con il culto romano e imperiale del fascismo maturo), l’irriverenza verso ogni autorità costituita. Quando il fascismo si consolidò come regime conservatore e clericale, il futurismo fu progressivamente marginalizzato, tollerato ma non amato, esibito all’estero come modernità italiana ma tenuto a bada in patria.
La storia dei rapporti tra avanguardia e potere fascista è storia di un equivoco reciproco, non di una coincidenza. Tutto questo premesso — e premesso con la necessaria chiarezza — il distacco critico rimane indispensabile.
La cultura fiumana e dannunziana era intrisa di nazionalismo esasperato, di culto della violenza rigeneratrice, di disprezzo per le istituzioni parlamentari e per la mediazione politica. Questi elementi il fascismo seppe efficacemente incorporare e strumentalizzare, trasformando l’estetismo della rivolta in estetica del potere, il gesto liberatorio in parata di regime, la festa anarchica in adunata oceanica.
Non confondere non significa assolvere, né significa ignorare le responsabilità storiche di chi, con la propria retorica e il proprio esempio, contribuì a preparare il terreno culturale su cui il fascismo attecchì. Il punto è tanto più urgente oggi, e qui è lecito alzare la voce.
Le formazioni politiche dell’estrema destra italiana, alcune delle quali siedono attualmente al governo, stanno portando avanti da anni un’operazione di recupero sistematico ed edulcorato di quella stagione culturale: il dannunzianesimo come serbatoio di immagini patrie, il futurismo come estetica della modernità nazionalista, Fiume come mito fondativo di un’italianità ferita e rivendicata. Si tratta di un’operazione che funziona precisamente perché selettiva: prende il nazionalismo e lascia l’anarchia, prende l’estetismo del gesto e lascia il contenuto libertario, prende il culto della nazione e lascia la critica alla borghesia, prende D’Annunzio poeta-soldato e lascia D’Annunzio trasgressore sessuale, bisessuale, pagano, irriducibile a qualsiasi ortodossia morale.
Lascia, soprattutto, Keller e Comisso — i loro corpi, i loro desideri, la loro allegra estraneità a tutto ciò che di lì a poco sarebbe diventato il modello dell’italiano nuovo. Un’operazione, in altre parole, che non è recupero storico ma travestimento ideologico che svuota quei movimenti del loro senso più conflittuale e li riduce a repertorio iconografico spendibile per un patriottismo di maniera, convenientemente epurato di tutto ciò che risulterebbe, come la libertà sessuale e la fluidità dei costumi che caratterizzarono Fiume, indigeribile all’elettorato conservatore e clericale di riferimento.
Alla festa della rivoluzione è un libro che merita di essere letto, e che in questa nuova edizione torna opportunamente in circolazione — anche se la strumentalizzazione di cui abbiamo appena detto incombe: ne è evidente prova il pessimo filmetto – inutile citare titolo e autore dal momento che ci ha già pensato lo stesso editore del volume riportandoli prontamente in fascetta – mal sceneggiato, mal interpretato e mal diretto che riprende – almeno in teoria – i fatti descritti nel libro. Brutture cinematografiche a parte (1), l’epica e la retorica, ben contestualizzate, possono strapparci un sorriso, a patto di non dimenticare mai che la festa, a Fiume, finì male: con i cannoni del governo italiano, con la dispersione dei legionari, con le illusioni infrante di chi aveva creduto che la storia potesse essere piegata dalla pura forza del desiderio.
E che le macerie di quell’entusiasmo contribuirono a costruire qualcosa di molto più cupo di quanto i suoi protagonisti avessero immaginato o voluto. (1) A questo proposito, al posto del fotoromanzetto paratelevisivo italiano, consiglio la visione del documentario del 2025 Fiume o morte! del fiumano Igor Bezinović – vincitore di un premio al 54° International Film Festival di Rotterdam – in cui l’autore ricostruisce con ironia e caustico umorismo l’impresa dannunziana chiamando a partecipare i concittadini croati dell’attuale Rijeka/Fiume alla rivisitazione e reinterpretazione dell’evento.