Politica
Ungheria, il risultato elettorale che effetti avrà sulla politica estera?
La netta e clamorosa sconfitta alle ultime elezioni ungheresi del leader di Fidesz Viktor Orbán a favore del partito d’opposizione Tisza guidato da Péter Magyar, che ha conquistato una super-maggioranza parlamentare, sembra foriera di grandi cambiamenti nelle politiche del paese. Non solo a livello interno, dove la promessa esplicita da parte del nuovo governo è quella di “smantellare il sistema di potere” costruito dall’ex-primo ministro nei suoi 16 anni di dominio pressoché incontrastato.
Ma anche a livello internazionale, per cui al netto di alcune ambiguità in molti si attendono una ricucitura dei rapporti con l’Unione Europea e una maggiore aderenza alle decisioni di Bruxelles (in termini di sostegno economico-militare a Kyïv, per esempio). In generale non va dimenticato che Orbán ha elaborato e affinato nel corso del tempo una strategia complessa e articolata di penetrazione nel proprio “estero vicino” e segnatamente nei territori oltreconfine che in passato appartenevano all’Ungheria e dove c’è un’importante presenza di minoranze magiare (fra i pochi distretti dove peraltro il consenso per Fidesz ha tenuto anche nell’ultima tornata).
Similmente, verso tutta l’area dei Balcani occidentali Budapest si era posta come uno dei più espliciti sostenitori dell’integrazione europea della regione, accompagnando tale posizione diplomatica con investimenti finanziari e politici in costante crescita. Quale sarà dunque il futuro dei rapporti con queste zone e paesi, alla luce della vittoria di Péter Magyar?
Ne abbiamo parlato con Norbert Pap, storico e geografo ungherese che ha pubblicato numerosi saggi sul tema nonché fondatore di alcuni gruppi di ricerca che si interessano dei rapporti fra Ungheria e Balcani occidentali, fra geopolitica, storia e inconscio sociale. Da cosa deriva la forte presenza dell’Ungheria nella regione balcanica?
Il coinvolgimento nella regione per come è stato portato avanti dai governi di Orbán è stato connotato sia da un notevole pragmatismo, per ciò che concerne le sue modalità, sia, per quel che riguarda invece i suoi fondamenti ideologici, da un radicamento molto profondo nella tradizione ungherese. Fin dal Congresso di Berlino del 1878 e lungo tutta la monarchia duale austro-ungherese, dal 1878 al 1918, i Balcani hanno occupato un posto centrale nel pensiero politico e strategico dell’Ungheria.
L’area veniva vista simultaneamente come una potenziale sfera di influenza, un terreno di opportunità economiche e – in modo ancora più determinante – come uno spazio che doveva essere “gestito” in modo da evitare che si creassero instabilità lungo il fianco sud dell’Ungheria. Le politiche di Fidesz presentavano diverse continuità con una tale mentalità imperiale – quella che si potrebbe chiamare “coscienza delle proprie responsabilità regionali” – che, però, erano state riformulate attraverso una terminologia di stampo geopolitico e maggiormente pragmatico.
Non si tratta di una politica nostalgica, di ritorno al passato. Piuttosto, una politica che legge i Balcani come un’arena in cui l’Ungheria può esercitare un’influenza significativa mettendo in campo investimenti economici, attività diplomatiche e presenza istituzionale.
Questo approccio è profondamente radicato nell’esperienza storica e nella memoria collettiva del paese, ma al tempo stesso opera con strumenti del XXI secolo: investimenti diretti di capitale straniero, acquisizione di media, partnership strategiche e istituzioni sovranazionali. La tensione che si viene a creare fra narrazione di respiro storico e pragmatismo contemporaneo ha rappresentato, a mio modo di vedere, un vantaggio più che una debolezza, poiché conferiva risonanza emotiva a politiche che, nella loro essenza, erano determinate soprattutto dai calcoli strategici del momento.
Quali erano questi calcoli strategici? Assicurarsi i rifornimenti energetici, gestire la pressione migratoria, costruire alleanze con partner regionali che condividono lo scetticismo verso i vincoli istituzionali messi in campo da Bruxelles, nonché accreditare l’Ungheria come mediatore indispensabile fra i Balcani e l’Europa.
Il linguaggio dal sapore storico impiegato a livello retorico serve in realtà obiettivi pratici in tutto e per tutto moderni. Allo stesso tempo, è importante comprendere come questa politica da parte del governo ungherese abbia operato all’interno di una peculiare logica di integrità comunicativa.
Vale a dire che Orbán non operava una distinzione netta fra politica estera e politica interna… Due lati o momenti di una sola e unica politica. Questo significava che la retorica impiegata sulla scena internazionale dovesse risuonare in maniera coerente presso il suo elettorato in patria, non dovesse contraddirne le visioni e concezioni di fondo.
Per molti dei sostenitori del primo ministro di Fidesz – che sono stati influenzati, per percorso educativo o per formazione inconscia, dal perdurante trauma di Trianon (il trattato del 1920 attraverso cui l’Ungheria di allora venne smembrata a livello territoriale) – esiste un investimento emotivo profondo verso la ricostituzione della grandezza nazionale o, come minimo, verso la proiezione dell’influenza del paese dentro quei territori che un tempo appartenevano alla Corona. Non è mera nostalgia, ma politica identitaria radicata nel vissuto quotidiano.
Questa logica comunicativa e strategica spiega come mai la politica estera ungherese nei Balcani sia stata portata avanti a un tale livello di intensità e come abbia incontrato un alto grado di consenso presso i votanti nel paese. Si tratta di una politica che aveva senso internamente perché in grado di articolare una visione della centralità storica dell’Ungheria e del suo ruolo di “guardiano protettivo” su scala regionale.
La stessa politica aveva poi perfettamente senso anche all’estero perché metteva in campo sia risorse reali sia impegno genuino. Così, mito nazionale e realtà internazionale si rinforzavano l’una con l’altra.
La politica estera diventava politica identitaria, e viceversa. Nel frattempo però Fidesz ha perso in maniera nettissima le ultime elezioni.
Questo significa che anche il consenso verso le politiche nei confronti dei Balcani e verso lo spazio di influenza oltreconfine si è indebolito nella società ungherese? Siamo di fronte a una situazione del tutto nuova.
Tuttavia, credo che il consenso nazionale generale e l’immagine che il paese ha di sé restino intatti anche con le recenti elezioni; ciò che è stato danneggiato è la legittimità, e quindi la sostenibilità, della rete clientelare incentrata su Fidesz, costruita in tutta la regione. Il sostegno alle comunità ungheresi di etnia ungherese non ha rappresentato, tutto sommato, un tema fortemente controverso, ma il prestigio della “missione balcanica” di Orbán è chiaramente crollato, perché si basava sulla narrazione di un “leader forte e vincente” e su un elevato livello di intervento statale combinato con la costruzione di alleanze politiche “illiberali”.
Analizziamo la situazione concreta. In Serbia, il principale partito della minoranza ungherese, l’Alleanza degli Ungheresi della Vojvodina guidata da Bálint Pásztor, che partecipa al governo Vučić, ha sostenuto pienamente Orbán durante la campagna elettorale.
Negli ultimi anni, gli ungheresi in Serbia hanno ottenuto opportunità e uno status politico grazie al sostegno di Budapest e alla loro partecipazione al governo Vučić; tutto ciò è ora, quantomeno, a rischio. Ciò non riguarda solo i rapporti tra l’Ungheria e la comunità ungherese in Serbia, o tra i due governi di Budapest e Belgrado.
Ha ripercussioni anche sui rapporti tra l’Ungheria e la Bosnia-Erzegovina (BiH), e tra l’Ungheria e l’entità serbo-bosniaca (Republika Srpska, RS). Il consistente sostegno finanziario ungherese fornito negli ultimi anni ai serbi di Bosnia è stato di fatto incanalato estendendo alla Republika Srpska lo stesso programma di sostegno inizialmente concepito per la Vojvodina, il cui obiettivo era quello di aiutare le comunità ungheresi locali.
Gli stessi intermediari di questi trasferimenti finanziari ai serbi bosniaci sono ungheresi di etnia ungherese provenienti dalla Vojvodina. Il fatto è che uno dei limiti della strategia orbaniana di penetrazione nei Balcani occidentali era la mancanza di figure con competenze specifiche, dalla conoscenza della lingua locale a una formazione per questo ruolo di mediazione, per cui c’erano poche alternative realistiche all’affidare questo ruolo a una cerchia minoritaria già fedele all’ex-primo ministro di Fidesz.
In questo senso, la “questione ungherese” in Serbia ha ripercussioni che vanno ben oltre le aree con una consistente presenza ungherese. Come cambierà il quadro con l’elezione di Péter Magyar?
Al momento, le informazioni concrete scarseggiano, ma possiamo partire da alcuni elementi. Nei suoi discorsi sul ruolo e la missione del primo ministro e del governo, Péter Magyar si affida ampiamente a una retorica di stampo nazionale e storico e utilizza un vocabolario molto simile a quello di Orbán.
Ma la “crociata di civiltà” contro l’Occidente e l’Unione Europea è vistosamente assente. Inoltre, il leader di Tisza ha annunciato che l’ufficio del primo ministro non avrà più sede nel Castello di Buda – l’ex sede reale, deliberatamente allestita negli ultimi anni come luogo di rappresentanza dell’Ungheria “imperiale”, dove Orbán amava farsi fotografare con ospiti influenti – ma verrà trasferito in un edificio privo di valore simbolico vicino al parlamento.
Ciò suggerisce un ritorno a uno stile politico popolare e nazionalista. Un tale elemento potrebbe anche segnalare un distacco da una politica estera di proiezione profonda dell’influenza del paese oltre confine, per come è stata portata avanti da Fidesz e per come l’abbiamo descritta in precedenza.
Il passato del nuovo ministro degli Affari esteri Anita Orbán [nessuna parentela con Viktor Orbán] suggerisce poi che da questo punto di vista ci sarà magari il ritorno a una modalità operativa e a una concezione del ruolo istituzionale in questione più simili a quelle dell’amministrazione diplomatica guidata da János Martonyi tra il 2010 e il 2014. A ogni modo, i gesti e le azioni intraprese finora nei confronti delle comunità ungheresi oltreconfine indicano che la strategia di Tisza è quella di allontanare tali comunità da Fidesz, piuttosto che porsi in aperto conflitto con esse.
Penso dunque che non ci sarà un’inversione di rotta a 180 gradi: Magyar non sfiderà apertamente il consenso nazionale esistente.
Questo avrà ripercussioni anche nei rapporti con l’Unione Europea? Sì, presumo che anche la cooperazione con l’UE non sarà priva di “linee rosse” nazionali.
Un indicatore significativo è l’annuncio del primo ministro di voler mantenere la barriera anti-immigrazione al confine serbo; l’Ungheria non accetterà migranti e non pagherà per ospitarli. Da una prospettiva occidentale, questa posizione può sembrare difficile da comprendere, ma le sue radici culturali sono profonde.
L’immagine storica dell’Ungheria come baluardo, bastione o scudo dell’Europa – della cristianità, dell’Occidente – è fortemente radicata nella memoria collettiva ungherese. Dal 2015, Fidesz ha efficacemente inquadrato l’arrivo dei rifugiati dal Medio Oriente e dall’Africa come una sorta di “invasione” da fermare.
Questo, ovviamente, non è vero se si guardano i fatti con lucidità, e molti in Ungheria lo sanno benissimo, eppure quasi nessuno nella politica tradizionale è disposto ad affrontare di petto il consenso nazionale sulla migrazione. E questo consenso, a sua volta, rimane uno dei pilastri della politica ungherese nei confronti dei Balcani.
Ci sono però anche questioni che non possono essere eluse. Mi riferisco a casi specifici che richiederanno azioni concrete da parte di Budapest: il caso Gruevski [ex-primo ministro macedone, che ha trovato asilo politico in Ungheria dopo essere scappato dal proprio paese in seguito a una condanna per abuso di potere] ne è un esempio, così come la rivalutazione della politica ungherese nei confronti di Milorad Dodik.
Un’ulteriore questione urgente riguarda la penetrazione economica e politica dei Balcani occidentali da parte dell’ecosistema imprenditoriale allineato a Fidesz nell’ultimo decennio. L’influenza nel panorama mediatico macedone, l’espansione di 4iG in Montenegro, le acquisizioni del gruppo Mészáros in Bosnia e l’espansione regionale di MOL nel settore energetico non possono essere considerate questioni puramente aziendali e gestionali.
Queste iniziative si sono sviluppate con un attivo coinvolgimento e sostegno statale e un chiaro quadro geopolitico. Le domande pressanti ora sono: quali di queste posizioni dovrebbero essere mantenute e a quali nuovi scopi dovrebbero servire?
C’è infine la questione della rete di collaborazione più ampia intessuta da Orbán con Mosca e Ankara… Sì, i rapporti-chiave delle politiche del leader di Orbán si sviluppavano in un “triangolo” composto dalla Germania, dalla Russia e dalla Turchia. Se queste ultime due hanno tenuto fino a oggi, il legame con Berlino, al contrario, si è deteriorato drasticamente dopo l’uscita di Fidesz dal Partito popolare europeo e l’Ungheria è stata letteralmente tappezzata di cartelloni elettorali contro Ursula von der Leyen e altri leader cristiano-democratici tedeschi; da quel momento in poi, anche la Germania è apparsa principalmente come una minaccia o una fonte di pressione.
Il rapporto con l’estrema destra tedesca AfD non è mai riuscito a compensare la perdita di questo legame strategico. Magyar ha dichiarato che, a causa della dipendenza energetica dell’Ungheria, intende perseguire una relazione “pragmatica” con la Russia.
Allo stesso tempo, ha manifestato un allineamento con la linea principale dell’UE e si è impegnato a sostenere l’Ucraina, seppur con un entusiasmo moderato. L’intenzione di preservare stretti legami con Ankara è suggerita dal fatto che il presidente Erdoğan è stato tra i primi leader che ha chiamato, e dall’impegno pubblico da parte del leader di Tisza a mantenere i risultati della cooperazione bilaterale.
Per ora, resta da vedere come intende ridurre concretamente la dipendenza energetica dell’Ungheria dalla Russia e fino a che punto è disposto a spingersi per mantenere la relazione speciale con Erdoğan. La mia ipotesi allora è che, nella situazione attuale, il governo guidato da Tisza abbandonerà la via dell’eccezionalismo intrapresa dall’Ungheria negli scorsi anni per tornare a un multilateralismo più convenzionale.
Se Magyar perseguirà con coerenza i suoi obiettivi dichiarati, la politica estera ungherese potrebbe avvicinarsi al centro-destra, in particolare al Partito popolare europeo, e in tale contesto preservare quelle posizioni economiche sui Balcani ereditate dall’era Orbán che sono conciliabili con questo cambiamento. Una tale politica sarebbe meno personalizzata e meno ideologicamente orientata rispetto alla precedente.
CREDITI FOTO: April 20, 2026, Budapest, Hungary:
PM-elect Péter Magyar and the newly elected officials of the Tisza Party gathered in Budapest for the first time since national elections. © Daniel Alfoldi/ZUMA Wire L'articolo Ungheria, il risultato elettorale che effetti avrà sulla politica estera? proviene da MicroMega.