Politica
Tide of Returns: il mare come archivio dello scambio
Arjun Appadurai con Modernità in polvere ci ha insegnato a guardare al mondo globalizzato dalla prospettiva dell’antropologia culturale, dando un colore diverso alla nozione di “scambio”, portandoci a rivalutare i parametri della produzione, della distribuzione dei prodotti, del consumo. Quando parliamo di scambio – scambio culturale, scambio commerciale – immaginiamo qualcosa di simile al baratto di figurine tra bambini: pur di avere la figurina che desidero, sono disposta a darti quelle che ti mancano.
Immaginiamo anche che ne segua una discussione sul valore di ciò che offriamo e di ciò che riceviamo. Lo scambio non è questo.
Oltre al valore dell’oggetto, espresso in termini astratti e monetario, la posta in gioco riguarda tradizione, identità, possibilità di sviluppo. Ecologia.
La mentalità che presiede alle attuali relazioni tra paesi è stata costruita da svariati processi storici, tra i quali il colonialismo, che ereditiamo e rigeneriamo in nuove forme, ha un ruolo focale. Le potenze coloniali, con i loro transiti oceanici, con regimi di valore e situazioni di consumo fondati in senso gerarchico, hanno segnato le storie dei popoli.
Sulle linee marittime dei traffici, movimentate dalle esigenze produttive industriali, viaggiano non solo materie prime, ma anche esseri umani e animali, monili, utensili, manufatti dall’originaria utilità ludica e pedagogica, condannati poi a degradarsi in souvenir. Tutti questi “oggetti del desiderio” hanno una vita sociale e una storia.
Innanzitutto, viaggiano. Viaggiano prevalentemente per mare, che in parte inghiotte ciò che trasporta, rigettando detriti e rifiuti, avvelenandosi.
Forse il mare potrebbe essere il veicolo per regolare secondo ottiche nuove la nostra domanda di merci. È stata inaugurata a Venezia la mostra Tide of Returns (Onde di ritorni), a cura di Khadija von Zinnenburg Carroll.
Nello specifico l’esposizione affronta il tema del rimpatrio dei beni culturali rubati in epoca coloniale attraverso il lavoro di un collettivo artistico denominato Repatriates Collective, formato da artisti di varia provenienza geografica. Il percorso di restituzione del bene indaga la sottrazione d’uso, l’imparità dello scambio, la deriva nella stereotipia.
È significativo che la mostra sia allestita in una città che è stata una potenza marinara e in un luogo – la Chiesa di San Lorenzo – che rappresenta una istituzione, un potere, che nei secoli ha contribuito a dare vestigia a una visione politica del Mediterraneo plasmata dal commercio e dalla circolazione incessante di beni. La mostra dà avvio al programma pubblico e educativo di Ocean Space, un calendario di conversazioni, workshop e azioni artistiche che hanno il compito di restituire e divulgare le conoscenze e le ricerche maturate in seno alla TBA21–Academy, braccio di ricerca della fondazione TBA21 con sede a Madrid.
Ocean Space cerca di andare oltre la documentazione e di raccontare il mare e l’acqua come luoghi di separazione e al contempo di collegamento tra geografie. Potremmo immaginare l’oceano come un vasto e liquido continente composto da una miriade di ecosistemi che garantiscono la vita al pianeta.
Le coste, le insenature, le baie sono siti che addensano memorie, punti di attracco di dinamiche relazionali che la tutela ambientalista ci chiede di caratterizzare all’insegna della cura, delle responsabilità, nonché del riconoscimento delle identità locali che, in quanto tali, ne sono i naturali custodi. I visitatori sono accolti in un luogo “ricostruito” e intitolato Dal paese di mia madre: l’installazione di sabbia, che occupa quasi tutta la sala, ricrea i lidi e le dune delle terre di Noeleen Lalara, artista e anziana indigena Umbakumba, di Groote Eylandta, in Australia.
Popolazioni di bambole minute, di foggia e dimensioni differenti, sono distribuite sulla rena, sui crinali e sui dorsali. Ora sparute, ora addensate in piccoli cerchi comunitari, si comportano proprio come comunità umane, nomadi o sedentarie.
Le bambole sono uno dei primi reperti di gioco scoperti, da sempre accompagnano le fasi di vita delle donne, svolgono una funzione educativa e protettiva, sono specchio dei significati simbolici che le culture legano alla spiritualità, al corpo, alle storie familiari. Molti gruppi indigeni si stanno preoccupando di chiarire come la loro salute e il loro benessere dipendano dalla conservazione del patrimonio culturale.
La stessa creazione di bambole svolge funzioni per il benessere e la ritroviamo in diverse pratiche: penso alle bambole Gomeroi Yarning in Australia, alle bambole Six Nations Cornhusk in Canada, alle Siyazama Zulu del Sudafrica. Questi oggetti vengono in qualche modo rifunzionalizzati a contingenti necessità comunicative delle comunità che le realizzano: le bambole Gomeroi Yarning incoraggiano il racconto orale, le bambole Six Nations Cornhusk facilitano la trasmissione degli insegnamenti, le bambole Siyazama Zulu sono utilizzate per favorire l’informazione sull’HIV.
La fabbricazione delle bambole, quindi, serve a conservare le visioni indigene sul benessere e al contempo a creare uno spazio i cui sono le culture indigene a diffondere le loro pratiche di cura e di soluzione dei problemi. Fabbricate da mani femminili di diverse comunità di appartenenza, bambole di questo tipo sono utilizzate per la grande installazione di Tide of Returns.
Di tessuto quelle namibiane, decorate con conchiglie e perle quelle australiane. Le bambole utilizzate per l’installazione sono state realizzate presso il centro d’arte di Anindilyakwa, in Australia, e da Laimi Kakololo, una delle tante dollmakers namibiane.
In questa opera le bambole rievocano le tante culture che attendono, che migrano, che sono state “scoperte” e malintese dagli esploratori e dai coloni occidentali. Nonostante ciò, la semplice messa in situazione delle sagome dispiega, come nel presepe, un carisma narrativo e offre da subito, anche a noi “turisti” consumatori, il conforto caldo del ritorno casa, della festa, del cerimoniale, del buon augurio.
Giungere da giganti presso le dune di sabbia di Lalara è come guadare la terra dall’alto. Vedendola più piccola, se ne avverte la fragilità, oltre che la bellezza: basta un colpo di piede, una distrazione e si può distruggere tutto.
Le installazioni video, le performance che hanno animato l’inaugurazione sottolineano che non siamo dentro un plastico, ma dentro un’opera rupestre a tre dimensioni, dentro una narrazione che chiede di essere tramandata e che utilizza le bambole come un coro di messaggeri incaricati di dare continuità alla memoria locale. L’installazione di sabbia è affiancata dalla proiezione del film i cui suoni ci trasportano da paese a paese attraverso l’acqua e ci accompagnano all’installazione tessuto-video di Verena Melgarejo Weinandt, artista, ricercatrice, curatrice ed educatrice tedesco-boliviana.
L’artista tratta i tessuti come capelli, li lava nel fiume. Le trecce e le continue immersioni calano il gesto in un ciclo e il ciclo rende evidente la continuità che dai fiumi passa ai mari.
La mostra che apre il programma di eventi di Ocean Space ci parla dei diritti della natura e delle culture attraverso qualcosa che noi occidentali possiamo intendere benissimo: l’oggetto. Ci rendiamo conto che le bambole e i tessuti intrecciati dalle artiste, nelle nostre mani e nelle nostre valigie, potrebbero benissimo ridursi a pezzi d’artigianato, apprezzati perché – secondo mutevoli cliché – sorprendetemene vicini alla perfezione del design o, al contrario, perché rispondenti alla “rudimentalità esotica” che presumiamo debbano avere i manufatti realizzati nei paesi non occidentali.
Gli oggetti esposti nella mostra e nelle video-installazioni, però, le bambole e le trecce, pur distolti dalla funzione d’uso da cui provengono, non conoscono la serialità commerciale a cui siamo abituati. Persino noi, sedotti dalla safari culture, comprendiamo che è ora di smettere di essere turisti e di tornare a essere viaggiatori.
Sarebbe tutto un altro mare. CREDITI FOTO:
Collettivo dei Rimpatriati, “Dal Paese di Mia Madre”, 2026. Vista della mostra di “Tide of Returns”, Ocean Space, Venezia.
Commissionato e prodotto da TBA21–Academy. Foto:
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