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Giovedì 23 aprile 2026 ore 07:04

Politica

Senza il coraggio delle donne non ci sarebbe stata la Resistenza contro il nazi-fascismo

Giovedì 23 aprile 2026 ore 04:59 Fonte: Strisciarossa
Senza il coraggio delle donne non ci sarebbe stata la Resistenza contro il nazi-fascismo
Strisciarossa

Adesso, invece, potrebbe parlare con Palita. Sapeva molto di più.

Capiva quello che allora chiamava «cose da uomini», il partito, l’amore per il partito, e che ci si potesse anche fare ammazzare per sostenere un’idea bella, nascosta, una forza istintiva, per risolvere tutti gli oscuri perché, che cominciano nei bambini e finiscono nei vecchi quando muoiono: – Perché non posso avere una bambola? – Perché le ragazze dei signori vanno a ballare con un vestito nuovo e io non posso andarci a causa del vestito vecchio? – Perché il mio bambino porta le scarpe solo la domenica? – Perché mio figlio va a morire in Africa e quello del podestà resta a casa? – Perché io non potrò avere un funerale lungo, con i fiori e le candele? – Lei adesso lo sapeva, lo capiva. I ricchi vogliono essere sempre più ricchi e fare i poveri sempre più poveri, e ignoranti, e umiliati.

I ricchi guadagnano nella guerra, e i poveri ci lasciano la pelle. Lei, quando andava per il bucato, i signori del paese la salutavano appena, la lasciavano sulla porta.

E non si azzardava a dir niente, per paura di sbagliare, di far ridere, di perdere anche il pane di tutti i giorni. C’era però chi diceva qualche cosa: il partito, i compagni, tanti uomini, tante donne, che non avevano paura di niente.

Dicevano che così non si poteva andare, che bisognava cambiare il mondo, che è ora di farla finita con la guerra e che tutti devono avere il pane, e non solo il pane, ma anche il resto, e il modo di divertirsi, di essere contenti, di levarsi qualche voglia. Se la narrazione della Resistenza in tutti questi anni avesse saputo cogliere la consapevolezza con cui l’Agnese di Renata di Viganò ci consegna il senso profondo della sua adesione esistenziale, prima ancora che politica, alla lotta di liberazione, ancora non staremmo a scrivere libri con cui si cerca in maniera quasi piccata di rovesciare gli stereotipi delle ‘staffette’ e del ‘contributo delle donne’, che continuano a prendersi la scena come se quel ‘contributo’ fosse qualcosa in più, dato come personale offerta alla causa comune, ma che sta comunque in secondo piano e non è fondamentale per la riuscita dell’impresa.

Qualcosa di marginale. Cosa sia margine lo decide il punto di vista da cui si guarda.

Quello di molte donne (ma non di tutte, e anche le differenze sono una ricchezza di cui fare tesoro) parte dalla casa, luogo di legami affettivi, di coesione, di iniziazione al conflitto, di costruzione di umanità condivisa e di opposizione al fascismo e alla sua violenza. È un percorso che dalla penombra delle stanze e delle relazioni familiari esce verso la luce della dimensione politica, passando attraverso la semioscurità dell’azione clandestina, per alcune del carcere, per tutte dei rifugi ricavati nelle cantine, nelle buche, nei boschi degli interminabili e terribili giorni del passaggio del fronte di guerra, dove il pericolo è rappresentato dagli scontri degli eserciti contrapposti, dai mitragliamenti e bombardamenti sui civili, dagli stupri compiuti dalle truppe di passaggio.

Le centinaia di donne che si mobilitano per la Resistenza muovono dal margine come spinte da un imperativo che le guida, raggiungono per un attimo il centro della storia e tornano subito dopo a occupare lo spazio da cui erano venute. La naturalezza del loro impegno riguarda loro soltanto, e non richiede misure eccezionali di gloria o di memoria.

Alla gran parte delle donne vengono negati, da subito, ruolo e sostanza della loro azione. Viene loro impedito di sfilare insieme ai compagni nelle città liberate.

Le donne partigiane imbarazzano e destabilizzano gli stessi che al loro fianco hanno combattuto per dar vita a qualcosa di radicalmente nuovo. Viene da pensare che hanno potuto vivere pienamente finché la Resistenza prevedeva la condizione di clandestinità.

Dopo, gli uomini sono usciti alla luce del sole, mentre le donne da quella clandestinità non sono uscite mai, o lo hanno fatto molto dopo e alla spicciolata. Il loro impegno però è significativo, considerando che non hanno obbligo di leva e non devono sottrarsi al bando di arruolamento nella Repubblica sociale, come accade ai maschi.

È un impegno totalmente volontario e non dettato da circostanze esterne. Da loro non ci si aspetta che prendano la via della macchia, e chi lo fa sfida non solo le leggi fasciste, ma anche le più radicate convenzioni sociali.

In un suo libriccino autobiografico uscito da Manni nel 2015, Io partigiana, Lidia Menapace ricorda così i giorni della Liberazione: «Certo, ancor più mi disturba e mi disturbava già allora l’imbarazzo e i giudizi della dirigenza resistenziale. Si sa che quando si organizzò la grande manifestazione a Milano dopo la liberazione, Boldrini e Parri con tutti gli altri non permisero che le donne vi prendessero parte.

Togliatti disse che era meglio non sfilare “perché il popolo non avrebbe capito”, frase che fu spesso usata per fermare le donne. Che cosa dovessero capire di così difficile non si sa.

E se doveva capire qualcosa, certo la censura non era il metodo migliore perché capisse. Sono convinta che i capi della Resistenza preferirono che il loro potere e rappresentatività non fossero condivisi con le donne, e si presero tutto.

Non si incominciava tanto bene sotto questo profilo. E non è una faccenda marginale».

La tomba della partigiana Valchiria Gattavecchi ad Asciano (foto di Giorgio Romi) Valchiria Gattavecchi ne parla con amarezza molti anni dopo, in una intervista di Tiziana Noce. Durante la Resistenza Valchiria organizza raccolte di viveri, vestiario, denaro da destinare alla formazione.

Si occupa della cura dei malati e dei feriti, a cui fornisce i medicinali che le vengono procurati dal farmacista del paese. Grazie all’apparecchio non sigillato che ha portato quando è sfollata da Livorno, intercetta e trascrive i messaggi di Radio Londra per recapitarli ai partigiani.

Poi scompare. A guerra finita, come tante altre, non si preoccupa di fare domanda per il riconoscimento di partigiana o patriota.

Si iscrive al Partito Comunista, dove per qualche anno lavora come funzionaria. Ma del suo ‘contributo’ non se ne parla più. «In quell’epoca non ci si faceva caso, in quell’epoca c’era proprio la parità, senza le pari opportunità.

Nell’epoca della Resistenza eravamo piombati nella parità uomo donna. Perché?

Perché i rischi erano uguali. Le donne non soltanto facevano attività di assistenza, di staffette per portare i messaggi, eccetera, ma avevano gli stessi compiti degli uomini, hanno combattuto con le armi.

Perché checché ne dicano gli uomini, e cominciano un pochino a capirlo ora, senza il movimento femminile nella Resistenza non si poteva avere quella vittoria che s’è avuto, questo diciamolo sempre. Ora lo hanno capito, anche attraverso le pari opportunità, perché tutta l’assistenza, tutte le comunicazioni, le famose staffette che ora si poteva dire che erano ufficiali di collegamento, però l’avete buttato via, il riconoscimento ufficiale non c’è stato.

Per gli uomini c’è stato, per noi non c’è stato. Quindi noi ci eravamo poste questa questione: noi siamo convinte che serve a qualche cosa, siamo convinte che diamo il nostro contributo, perché sennò non si può andare avanti e non si vincerà la nostra battaglia.

Eravamo convinte di questo e, d’altra parte, eravamo accettate nelle brigate, con le armi, senza le armi, convinte che si sarebbe continuato, invece poi hanno messo il veto». Una partigiana, anche lei non riconosciuta, che ho incontrato e che ricordo con affetto, è Lina Tozzi.

Quello che mi consegnò quando ebbi la fortuna di intervistarla era un racconto di miseria, tenacia, cura e disillusione. La vita poverissima, sola nel podere con tre bambini che non può neppure quasi mandare a scuola, il marito in guerra in Albania, che finalmente riesce a tornare a casa, la collaborazione di entrambi con i partigiani della 23ª Brigata Garibaldi Guido Boscaglia.

Tanto pane da impastare, cuocere, portare ai capanni. Panni da lavare nella conca del bucato, calze da rammendare, pasti da improvvisare con il poco che c’è, medicine, ordini, paura delle spie, paura che il marito venga arrestato e scompaia di nuovo.

Un giorno i partigiani portano a casa di Lina un compagno ferito, Alvaro Betti, Ciocco. Lina capisce subito che il ragazzo è gravissimo.

Ha perso molto sangue, difficilmente se la caverà. «Siamo scesi giù. Alvaro stava lì in terra disteso perché non ce la faceva a stare in piedi, e così che si fa?

Si mette a letto, senza nemmeno pensare. Lo vidi che ci aveva sangue. Senza nemmeno pensare a mettere un incerato nel letto, nulla. Si mette nel mi’ letto».

Dopo la morte di Ciocco bisogna fare la cassa per sotterrarlo in mezzo alla macchia, in attesa del tempo in cui poterlo dissotterrare e portare al cimitero. Uno dei compagni va dai contadini a cercare delle tavole.

Ne trova diverse, ma ne manca ancora qualcuna. Allora una donna gli porta la tavola del pane, e con quella si può fare la cassa.

Siena, 3 luglio 1944: un gruppo di ragazze corre incontro ai soldati francesi che entrano in città (foto dell’Istituto Storico della Resistenza Senese e dell’Età Contemporanea “Vittorio Meoni”) Il letto che Lina offre perché Ciocco possa morire tra le lenzuola bianche e non buttato da qualche parte come un animale, la tavola del pane a cui la vicina rinuncia per fargli la cassa, sono l’esatto opposto della violenza con cui i fascisti e i nazisti trattano il partigiano ferito a morte nella stessa azione in cui viene colpito Ciocco. È Guido Radi, Boscaglia, torturato e lasciato cadavere nella piazza del duomo di Massa Marittima con il divieto di rimuovere il corpo e rendere gli onori funebri.

Sarà un’altra donna, Norma Parenti, a infrangere il divieto e a provvedere alla sepoltura. Pochi giorni dopo anche Norma viene assassinata, per questo atto di disobbedienza che la mette in luce e per la sua incessante attività.

È una delle 19 partigiane decorate di medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Disobbedire, anche senza combattere, destabilizza il potere.

Disobbedire in tempo di dittatura rivela la natura politica profonda della Resistenza, che è quella di un umanesimo solidale, di una lotta non tra bestialità e umanità, ma tra due culture ugualmente umane, una basata sulla credenza cieca, la sopraffazione e la violenza, l’altra sulla responsabilità individuale e sulla volontà di costruire collettivamente una società fondata sulla giustizia e sulla libertà. Di queste culture, quella fascista continua ad essere pervicacemente tenuta in vita, sotto varie forme, e ad avere ambizioni di egemonia; quella antifascista che ci è stata consegnata ha bisogno della nostra cura, della nostra indignazione e della nostra azione di costruzione, o ricostruzione nel presente.

Come suggeriva Romano Luperini in un suo discorso sul razzismo che tenne a Grosseto nel 2018, in questa ricostruzione bisogna fare buon uso delle rovine. Silvia Folchi, documentarista, è presidente provinciale dell’Anpi di Siena.

È autrice del libro “La resistenza del margine. Antifasciste, sovversive, partigiane” (Edizioni Nuova Immagine) L'articolo Senza il coraggio delle donne non ci sarebbe stata la Resistenza contro il nazi-fascismo proviene da Strisciarossa.

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