Politica
Mappe del nuovo mondo: Janet Frame e Roberto Piumini
Janet Frame, La laguna e altre storie, trad. di A. Sarti, Fazi Editore, Roma, 1998 «Quasi in fondo alla pagina, concentrata in cinque o sei righe, la recensione liquidava The Lagoon and Other Stories con frasi come: “Questo genere di cose è stato fatto prima, troppo spesso… nessuna originalità… pubblicare un libro così è una perdita di tempo”. […] Leggendo la recensione del Press, provai un senso di penosa umiliazione ed emarginazione, che aumentava il mio tormento di non sapere dove essere… se non potevo essere nel mondo di chi scriveva libri, dove avrei potuto sopravvivere allora?».
Così annota la scrittrice neozelandese Janet Frame (1924-2004) nell’autobiografia Un angelo alla mia tavola (per Einaudi, comprensiva di tre volumi anche reperibili singolarmente). In quel momento si trovava nell’ospedale psichiatrico di Avondale, ad Auckland.
Cresciuta con un fratello epilettico e dopo la morte, ancora bambine, di due sorelle (durante due distinti incidenti), a ventun’anni la nostra aveva tentato il suicidio ingerendo un’intera confezione d’aspirina. Da qui subiva diversi ricoveri – solitamente volontari – in ospedali psichiatrici.
In uno le diagnosticarono la schizofrenia, trattata con elettroshock e insulinoterapia. Si sarebbe poi appurato che tal genere di pratiche aveva di fatto causato la situazione che si supponeva curasse: anni dopo, a Londra, nuovi accertamenti medici cioè stabilirono che non aveva mai sofferto di schizofrenia, e dunque non avrebbe neanche dovuto entrare in manicomio.
Proprio al momento dell’uscita della raccolta di novelle La laguna era prevista per lei una lobotomia, e fu solo la vittoria del premio Herbert Church per la prosa a convincere i dottori a risparmiargliela. Si può affermare perciò che La laguna ha davvero salvato la vita a Janet Frame, la quale anzi in seguito ebbe modo di tornare in libertà e vivere parte dei suoi giorni viaggiando, scrivendo e perfino venendo due volte candidata al Nobel per la Letteratura.
A differenza di ciò che scriveva quel critico, peraltro, si tratta d’un libretto magnifico, i cui ventiquattro racconti – brevi, linguaggio facile e anzi quasi splendidamente infantile – oscillano fra i ricordi felici dei tempi d’infanzia passati in famiglia e quelli spaventevoli del manicomio. Eppure, anche nei più disperati frangenti – Natale in clinica, i pazienti che ossessivamente spiano oltre i vetri attendendo le persone amate che vengano a visitarli, a portarli finalmente via, e sentono strapparsi il cuore quando in realtà i parenti d’un compagno appaiono, e la sua gioia è un cappio che li strozza –, Janet Frame riesce a cavare momenti di dolce calore, come quel senso affettuoso di famiglia che viene infine a crearsi fra i reclusi.
La commozione culmina con la ventiquattresima novella, La mia ultima storia, struggente lamento d’abbandono, d’esclusione, sino alla definitiva, gelida frase: Devo avere un modo sbagliato di guardare la vita.
Consigliamo di affiancare dunque questi eccellenti racconti alla vasta autobiografia, che per fortuna ci consegna un complessivo lieto fine, e una felicità sempre pura, di bambina. Il tema dell’infanzia (le filastrocche, le canzoncine) ciclicamente torna, come suggerendoci che esattamente lì sta sotterrato tutto il nascosto male, tutto il nascosto bene.
Roberto Piumini, Lo stralisco, Einaudi, Torino, 1987 Parlando di infanzia e letteratura: ormai oltre due anni fa uno degli assoluti maestri del genere, il bresciano Roberto Piumini, aveva collaborato alla realizzazione d’una puntata della rubrica e, in aggiunta, si era perfino autocandidato al Nobel! Noi abbiamo preso sul serio il suo appello e provato ad approfondire la sua gargantuesca opera e ci pare di poter concordare con l’autore in specie là dove indica, fra i suoi aspetti più validi, la varietà.
Non c’è quasi genere in cui il nostro non si sia cimentato ma – ciò ci sembra più importante – ha sempre cercato di innovare, di presentare forme nuove o da tempo tralasciate, tendenza di cui del resto ci offrirà personalmente un buon esempio appena qui sotto, perché Roberto Piumini ancora una volta ha accettato gentilmente di partecipare alla rubrica. Fa bene ancora l’autore a citare, fra le sue opere più interessanti, La capra Caterina (per Interlinea), perché scrittura collettiva, cooperativa.
Come spiega lo stesso scrittore nella postfazione, essa nasce dall’incontro con cinque classi delle scuole medie, i cui alunni hanno collaborato attivamente alla progettazione, contenutistica ma anche stilistica, del lavoro. Piumini ha insomma una visione tutta dinamica, dialettica della letteratura, sempre disposta a reinventarsi e a rischiare (perché così qualche caduta c’è sempre, certo), mai ripetitiva, mai asettica (un discorso simile avevamo fatto in una delle primissime puntate di questa rubrica, per Bob Dylan).
Il capolavoro di Roberto Piumini resta comunque e ancora, a nostro avviso, quello ch’è anche il suo testo più noto, Lo stralisco, che crediamo si dovrebbe iniziare a considerare fra i classici della letteratura italiana contemporanea. Al di là di ciò che appare come “semplice” favola moderna, infatti, sta una delicatissima celebrazione dell’Arte tutta, del ruolo salvifico che può avere per la nostra vita.
Il pittore Sakumat è convocato a palazzo dal ricco signore Ganuan, il cui figlio soffre d’una strana malattia: lo ferisce la luce, e non può uscir di casa, né guardare di fuori. Il compito di Sakumat, allora, sarà di dipingere le pareti delle sue mille stanze, per rendergliele più gradite.
Una volta a palazzo, però, fra pittore e bambino nascerà uno speciale rapporto, e sui muri inizieranno ad apparire tutti i paesaggi preclusi finora: i mari e le pianure, le valli e le montagne, le immense foreste. Ma l’Arte prende vita propria sotto i nostri occhi, ed ecco che i paesaggi iniziano ad animarsi, il cielo si scurisce con la sera, dagli alberi cadono le foglie e poi ricrescono, e proprio all’orizzonte, fra le onde, appare scura minacciosa una nave di pirati, foriera di pericoli e avventure.
Lo stralisco dunque è la storia d’una scoperta del mondo, cioè come sempre dell’invenzione di un mondo, ed è romanzo che fa venir voglia di viaggiare, di scrivere. È possibile rivolgere a un libro un complimento migliore di questo?
Due scritture particolari di Roberto Piumini 1 Nella primavera del 2017, Luisa Sacchi, direttrice di Solferino, fresca emanazione editoriale del Corriere della Sera, mi chiamò a colloquio e mi propose la scrittura di un romanzo per ragazzi che, secondo le intenzioni dell’editore, avesse un forte tema civile. Accettai, aggiungendo che sarebbe stato bello se il libro avesse riproposto, oltre al contenuto civile, la forma, desueta ma altrettanto civile, dell’epica.
Incuriosita, Luisa Sacchi mi chiese cosa intendessi. Si trattava, spiegai, di presentare ai lettori giovani un modo di racconto che, nel canone letterario nostrano, è fermo, nel nostro repertorio letterario, dall’epoca dei poemi cavallereschi.
Cioè avrei scritto in poesia? chiese Sacchi, divertita, e certo già preoccupata per gli aspetti commerciali della proposta. Sarebbe stata poesia narrativa, risposi, proprio nella forma sperimentata, l’ottava di Ariosto e Tasso, in endecasillabi e rime, anche se con lessico e contenuto moderni.
Si trattava, spiegai, di ridare forma di canto alla narrazione, con quello che seguiva sull’intensità espressiva, la facoltà di memoria, oralità, coralità, e interesse, forse, del mondo della scuola. Luisa Sacchi chiese qualche giorno per riflettere, e discutere all’interno della casa editrice, la mia proposta.
Fui richiamato, e dissero di sì. Di cosa avrebbe parlato quello che ora non sarebbe stato più un romanzo, ma un poema?
Avevo una proposta: avrei raccontato Ellis Island, partendo, a proposito di epica, dalla povertà del Meridione, al viaggio oceanico, all’arrivo a New York, con tutto il materiale e l’intrico drammatico relativo. Solferino apprezzò l’idea, ma propose che, nel cinquantenario della morte, la storia fosse quella di Martin Luther King.
Accettai senza discutere: quanto a tenore epico, King dava ancora più possibilità. Dalla tratta in Africa, ai viaggi infernali, al commercio degli umani, a piantagioni, schiavitù, storia personale di Martin, lotta antischiavista, quella proposta offriva ancor più materiale e spazio epico di Ellis Island.
Il patto su cosa e come era fatto, il poema poteva cominciare. Velocemente, come capita quando lavoro a qualcosa che mi piace, con splendide illustrazioni, su mia richiesta, di Paolo d’Altan, della cui generosità illustrativa avevo fatto esperienza, nacque in pochi mesi “Alzati, Martin”, lunga ballata di Martin Luther King, la cui prima ottava recita così:
Lettore, io ti voglio raccontare, nero su bianco, una nuova storia. Su nero e bianco, oltre a ragionare, è bene che ci sia nuova memoria, perché chi vive senza ricordare vive una vita cieca e senza gloria.
Se tu sei pronto, anch’io sono pronto, e incomincio il mio lungo racconto. Ricordo con piacere quando, licenziando alle vendite il libro, Luisa Sacchi disse che, prima di ogni riscontro commerciale, era orgogliosa di averlo fatto.
Oltre che un libro, come era prevedibile, e come è opportuno che sia, “Alzati, Martin” ha avuto, e ha tuttora, una vita arricchita: in una forma ridotta, ma sempre in versi, e accompagnato da Nadio Marenco, amico musicista e gran fisarmonicista, porto in giro la ballata da anni, completando, a mia misura, e per la mia possibile durata, il destino e la facoltà dell’epica: l’oralità, la teatralità, l’unione espressiva con musica e figure. Il meglio che si possa, a parer mio, in avventura di cantastorie. 2 Mi capitò, qualche anno fa, di fare a Roberto Alessandrini, amico e letterato, una confidenza sulla mia situazione d’autore.
Era possibile, dissi, che dopo decine di titoli, tra narrativa per ragazzi e adulti, io avessi consumato il mio repertorio narrativo. Questo avrebbe dovuto sconsolarmi, e invece non accadeva, perché immediatamente dopo quella considerazione, ne era venuta un’altra: se non avevo più storie da raccontare, mi restava integro, abbondante e soddisfacente, il linguaggio, il modo operativo della parola.
Senza viverlo ancora come soluzione, avevo recentemente ripreso miei testi pubblicati in precedenza, facendone riscritture ampliate, o in forma diversa, soprattutto da prosa a poesia narrativa: quest’ultima, nonostante la prevalenza editoriale della prosa, la mia forma espressiva migliore. Se le storie se ne erano andate mi restava il linguaggio, che non è, secondo la riflessione letteraria e l’esperienza profonda dell’autore, solo forma, ma decisiva e totale sostanza.
Si trattava ora di mantenerlo vivo, attivo, sia continuando le riscritture dei miei testi, sia, ancor meglio, e con serenità, raccogliendo spunti o narrazioni esterne, facendoli miei propri nella scrittura. Roberto Alessandrini mostrò interesse per la cosa, e si offrì generosamente come fonte di materiali narrativi.
Rispondendo a confidenza con confidenza, disse di aver scritto, tempo prima, una storia di ambiente polesano, del tempo finale della Seconda guerra mondiale, basata su accadimenti reali, per delicatezza di memorie e reticenza d’autore non stata pubblicata. Quella storia era a mia disposizione.
La cosa, sia per me che per lui, antropologo della scrittura, si fece subito interessante, e stimolante. L’operazione avrebbe potuto svilupparsi in due modi.
Il primo, era che, sviluppando il plot, facendolo lievitare, io scrivessi un racconto in prosa, o addirittura un romanzo breve. Si sarebbe trattato di un normale rapporto tra spunto narrativo ed elaborazione letteraria in prosa: l’autore della quale, nell’ipotesi di una futura edizione, avrebbe doverosamente ringraziato il fornitore della trama.
Il secondo modo, che sembrò subito più interessante e ricco, era la presentazione della storia in due formati: quello in prosa, in cui era originariamente steso il racconto di Alessandrini, e la mia traduzione, per chiamarla così, in poesia narrativa. Prima la storia in prosa, poi, cronologicamente parallela, ma linguisticamente altra, la storia in versi.
Non si sarebbe trattato solo di una messa in ritmo della prosa o di un’aggiunta, qua e là, di intensità lirica, ma di un lavoro in cui il tessuto linguistico, il tempo percepito della storia, fossero dilatati o addensati, senza regolarità, a formare un super-ritmo, più ricco della semplice versificazione. Non si sarebbe trattato solo di una sostituzione di lessico o sintassi, ma di un altro andamento del senso.
Pensavamo che sarebbe stata interessante la lettura, prima, dell’intero testo in prosa, poi di quello in poesia, nel piacere del riconoscimento e della ripetizione variante, in un diverso respiro del racconto, che a tratti strania, per aspettarlo e ritrovarlo, ogni volta, al punto dell’umana misura, alla pietà che unisce il lirico hic et nunc al fantastorico c’era una volta. Questa fu la scelta, e l’esito dell’abbinamento, con i due testi del racconto polesano a specchiarsi nel gioco, nel solidale confronto, fu per noi così divertente, e soddisfacente, che nacquero subito altri sei storie, tutte ancora polesane: prima scritte in prosa, poi in poesia.
Poiché, infine, talvolta accadono miracoli, l’insieme dei sette doppi-racconti ha trovato un editore, ed è nato il libro, dal titolo Antigone in Polesine, Oligo editore. Le prime righe del primo racconto in prosa dicono così:
In questa storia c’è una porta che si apre tre volte. Ma prima bisogna dire che c’è un posto con un nome che non ha bisogno di essere spiegato.
Si chiama Il deserto. E anche allora si chiamava così.
Il deserto è come un borgo fantasma. Ci sono solo due strade che fanno una croce.
Un’osteria lunga e bassa, con una porta e due finestre. E un po’ di case, distanti tra loro, che sembrano gettate nell’erba come il granoturco per le galline.
A caso. Ecco le prime righe dello stesso racconto, in poesia:
Anche se a nord le Alpi, e gli Appennini a sud, nei giorni limpidi, si vedono come figure della lontananza, qui il mondo pare totalmente piano col cielo intero e duro all’orizzonte, e il piatto volo sopra le paludi degli uccelli migranti, e lungo gli argini il passo controluce degli umani, a piedi, o in bicicletta. Questa terra non è terra qualsiasi, è il Polesine.
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