Politica
Dalla Prima Internazionale alla Prima Planetaria
Il presente saggio continua la riflessione iniziata su MicroMega 2/2026 “Nostra patria è il mondo intero. Per un nuovo internazionalismo”.
Vi è un paradosso che attraversa la sinistra contemporanea nelle sue molteplici articolazioni geografiche e culturali – europea, latinoamericana, sudasiatica, africana – con una coerenza che, nella sua stessa uniformità, dovrebbe suscitare inquietudine teorica: più il mondo si fa politicamente urgente, più essa appare incapace di pensarlo. Assiste agli eventi con categorie ereditate, interpreta il presente con mappe tracciate un secolo fa, si divide in correnti che riproducono, con stanca fedeltà, le fratture del Novecento.
Nel frattempo, il pianeta brucia – in senso letterale e in senso politico. Non si tratta di una crisi geograficamente localizzata, né di una patologia esclusivamente occidentale.
In America Latina o persino in India, le tradizioni marxiste-leniniste e maoiste della sinistra radicale faticano ugualmente ad articolare una risposta coerente alla doppia pressione dell’oligopolarismo (definizione forse più calzante dell’attuale vago multipolarismo) climatico globale – il sistema di potenze che non si contendono più l’egemonia ideologica ma le risorse di un pianeta in disfacimento – e del nazionalismo che ne occupa gli spazi interni, finendo per riprodurre gli stessi schemi binari che si ritrovano a Parigi, a Nuova Delhi o a Buenos Aires. La difficoltà non è contingente: è strutturale, ed è la difficoltà di un pensiero che ha esaurito la propria capacità di stupirsi di fronte al reale.
Questo articolo non è un atto d’accusa contro la tradizione. È, semmai, un tentativo di intendere perché quella tradizione – il marxismo, l’internazionalismo, la solidarietà di classe – sia oggi così spesso inadeguata non in sé, ma nella forma irrigidita in cui sopravvive.
E perché tale irrigidimento produca conseguenze politiche concrete: l’irrilevanza, l’isolamento, la perdita di qualsiasi capacità di rappresentare le trasformazioni reali del mondo in cui viviamo. 1.
Il fantasma dell’Internazionale e la nascita dell’oligopolarismo L’internazionalismo è stata una delle conquiste più alte del pensiero politico moderno. L’idea che i lavoratori non abbiano patria, che la solidarietà di classe attraversi i confini nazionali, che il capitale sia un sistema globale e come tale vada combattuto globalmente – tutto ciò ha rappresentato un salto qualitativo rispetto al nazionalismo borghese e alle sue guerre.
La Prima Internazionale, la Seconda, la Terza (la Quarta meriterebbe un’analisi a sé che non trova spazio in questo articolo): ciascuna ha incarnato, nei suoi limiti storici, il tentativo di costruire un soggetto politico all’altezza del capitalismo globale. Ma il capitalismo che Marx analizzava nel 1867, e persino quello che Lenin teorizzava nel 1917 con la sua diagnosi dell’imperialismo come stadio supremo, non è il capitalismo del 2026.
Sono cambiate le sue forme, le sue geografie, le sue contraddizioni fondamentali. Occorre pertanto introdurre una categoria analitica più precisa di quella, ormai logora, di “multipolarismo”: quella di oligopolarismo.
Il mondo contemporaneo non è multipolare nel senso di una pluralità aperta di centri di potere in equilibrio dinamico – ciò che sarebbe, almeno in linea teorica, un sistema più instabile e perciò più permeabile alla contestazione. È oligopolare: un sistema ristretto di grandi potenze – Stati Uniti, Cina, Russia, India, con Israele come caso peculiare di imperialismo regionale in espansione – che si contendono le risorse e le rotte del pianeta in modo strutturalmente coordinato nella distruzione, anche quando si oppongono frontalmente nella retorica.
È appena il caso di accennare che in questa breve carrellata di potenze è bene lasciare da parte, per il momento, l’Unione Europea, ben lungi dal costituire un soggetto politico unitario. Ciò che accomuna queste potenze, al di là delle loro rivalità, è qualcosa di ben più inquietante di una semplice continuità con il passato coloniale: è la tendenza a fare del cambiamento climatico non un problema da risolvere ma una risorsa da sfruttare, e a fare delle crisi geopolitiche uno strumento di controllo sulle fonti energetiche fossili – il cui abbandono, in teoria necessario, viene sistematicamente rimandato in nome dell’emergenza securitaria.
La catastrofe ecologica e la catastrofe bellica non sono fenomeni paralleli: si alimentano reciprocamente in un circuito perverso che nessuna delle potenze oligopolari ha interesse a interrompere. Di fronte a questa complessità, una parte significativa della sinistra ha risposto riducendola.
Ha scelto la semplicità rassicurante degli schemi noti: da un lato l’imperialismo occidentale, dall’altro i suoi nemici – chiunque essi siano. Da un lato Washington, dall’altro Mosca o Pechino.
Da un lato la Nato, dall’altro la cosiddetta “resistenza multipolare”. È il campismo: non una teoria, ma una postura; non un’analisi, ma una liturgia celebrata su macerie reali.
L’ideologia come struttura inconscia: Lacan, Žižek e la sinistra campista La critica al campismo rischia però di restare superficiale se si limita a denunciare scelte politiche sbagliate o analisi geopolitiche distorte.
Il problema è più profondo, e per intenderlo occorre ricorrere a strumenti teorici che vadano al di là della critica dell’errore. È qui che le categorie di Jacques Lacan e di Slavoj Žižek sull’ideologia diventano indispensabili.
Žižek, riprendendo e radicalizzando la critica lacaniana all’ideologia, sostiene che essa non funziona principalmente attraverso la falsa coscienza – attraverso, cioè, credenze esplicite che distorcono la realtà. Funziona piuttosto attraverso ciò che gli individui fanno, attraverso le pratiche e i rituali che strutturano il loro comportamento anche quando, a livello discorsivo, dichiarano di non credere in nulla.
La celebre formula è: “lo so benissimo, ma tuttavia…”. Il soggetto conosce le contraddizioni del sistema in cui agisce, le riconosce intellettualmente, eppure si comporta come se non esistessero.
Non è ingannato: è diviso. Questa struttura è esattamente quella del campismo inconscio – forse la forma più insidiosa perché la meno visibile.
Non si tratta necessariamente di chi difende apertamente Putin o esalta il modello cinese. Si tratta, più spesso, di chi sa che la Russia conduce una guerra di annientamento contro l’Ucraina, sa che la Cina reprime gli Uiguri e svuota il Mekong a vantaggio proprio, sa che l’imperialismo non è un privilegio occidentale – e tuttavia, nel momento dell’analisi, nel momento della scelta politica concreta, orienta il proprio pensiero in modo tale da lasciare sempre un’attenuante alle potenze non occidentali e un’aggravante a quelle occidentali.
È una struttura di godimento, direbbe Žižek: si gode nell’opposizione all’Occidente, si gode nell’immagine di sé come anti-imperialisti coerenti, e questo godimento è più forte di qualsiasi evidenza fattuale che lo contraddica. In termini lacaniani, il Grande Altro del campista – la struttura simbolica che orienta il suo desiderio politico – è l’anti-occidentalismo come forma.
Non importa che cosa si trova concretamente dall’altra parte: ciò che conta è che si trovi dall’altra parte. Il significante “imperialismo” ha perso il suo valore analitico ed è diventato un significante vuoto – nel senso di Laclau – che si riempie selettivamente a seconda di chi parla, ma sempre e soltanto in direzione dello stesso bersaglio.
Il risultato non è una politica internazionalista: è una politica identitaria travestita da internazionalismo. 2.
La guerra come cartina di tornasole Nessun evento recente ha messo a nudo la crisi del pensiero internazionalista come la brutalità dell’invasione russa dell’Ucraina. Di fronte a un atto di aggressione imperialista nel senso più classico del termine – condotto da una grande potenza contro uno Stato più piccolo con l’obiettivo dichiarato di negarne la sovranità, l’identità nazionale e persino l’esistenza come entità politica separata – una parte consistente della sinistra globale ha esitato, minimizzato, “contestualizzato” fino a rendere il proprio discorso indistinguibile da una forma sofisticata di complicità.
Le ragioni addotte erano sempre le medesime: la Nato aveva provocato la Russia espandendosi verso est; l’Ucraina non era una democrazia pura; il conflitto era in realtà uno scontro tra imperialismi in cui nessuna parte meritava sostegno incondizionato; solidarizzare con la resistenza ucraina significava fare il gioco di Washington. Ciascuno di questi argomenti conteneva una coerenza parziale.
Ma nel loro insieme costruivano qualcosa di più pericoloso di una menzogna: costruivano un sistema di pensiero ermetico, autoreferenziale, capace di trasformare qualsiasi fatto in conferma della tesi già posseduta prima che il fatto accadesse. È lo stesso meccanismo che Festinger descrisse nella sua analisi delle sette millenariste: quando la profezia fallisce, i credenti non abbandonano la fede – la rafforzano.
Occorre dirlo con nettezza, senza l’attenuazione diplomatica che troppo spesso sostituisce l’analisi: una sinistra che di fronte ai carri armati russi nelle strade di Mariupol, di fronte alle fosse comuni di Bucha, di fronte alla deportazione sistematica di bambini ucraini in Russia – documentata e riconosciuta persino dalla Corte Penale Internazionale – ha trovato come prima risposta la contestualizzazione geopolitica, non ha semplicemente sbagliato un’analisi. Ha tradito la propria ragione d’essere.
Ha dimostrato che la sua solidarietà con le classi subalterne del pianeta era sempre stata condizionale – condizionata, precisamente, all’appartenenza di campo di chi la subisce. Qui torna, con forza, la lezione del filosofo Rocco Ronchi: la distinzione tra fatto e opinione non è banale.
Il fatto è ciò che si impone, che resiste, che non si lascia ridurre alla nostra interpretazione. L’opinione è la nostra elaborazione del fatto, sempre parziale, sempre interessata.
La sinistra campista ha trasformato l’invasione dell’Ucraina – un fatto brutale, irriducibile – in materiale per l’opinione che già possedeva. Ha visto ciò che voleva vedere, e ha chiamato questo vedere “analisi”.
Il che è peggio dell’errore: è il rifiuto sistematico della realtà come istanza critica del pensiero. Israele e la Grande Israel: un imperialismo che la sinistra non sa leggere Se l’Ucraina ha messo a nudo il campismo da un lato, il caso di Israele ne rivela la speculare difficoltà dall’altro.
Qui la sinistra – almeno quella che non è caduta nella trappola inversa di un filo-palestinismo acritico – si è trovata davanti a una forma di imperialismo che sfida le sue categorie abituali: non è occidentale nel senso classico, non è sovrapponibile alla logica dei blocchi della Guerra Fredda, e tuttavia è pienamente inscritta nella logica oligopolare del XXI secolo. Il progetto della Grande Israel – il disegno espansivo che, sotto varie denominazioni e con varia intensità, attraversa la destra israeliana dagli insediamenti in Cisgiordania fino alle dichiarazioni esplicite di membri del governo Netanyahu sul Sinai, sulla Giordania, sul Libano meridionale attualmente sotto attacco sistematico – non è un fenomeno marginale né una retorica da campagna elettorale.
È una pratica di colonizzazione territoriale in corso, accompagnata dalla distruzione sistematica della vita e delle infrastrutture a Gaza. Ma ciò che rende questo caso particolarmente rilevante per la nostra analisi è il suo intreccio con la questione energetica e con la destabilizzazione regionale che ne consegue.
Il Medio Oriente è la regione in cui il nesso tra imperialismo e dipendenza fossile si manifesta nella sua forma più nuda. La guerra conto l’Iran si proietta direttamente sullo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale.
In questo quadro, ogni chiusura produce onde d’urto sui mercati energetici globali che ricadono con violenza asimmetrica sulle economie più vulnerabili del Sud globale. La dipendenza fossile non è uno sfondo neutro della geopolitica mediorientale: è il suo combustibile strutturale.
Nessuna delle grandi potenze oligopolari ha interesse reale a una stabilizzazione del Medio Oriente che riduca la propria leva energetica: né gli Stati Uniti, che mantengono in quella regione la più grande concentrazione di basi militari fuori dal proprio territorio nazionale; né la Russia, che beneficia di ogni aumento del prezzo del petrolio determinato dall’instabilità; né la Cina, che costruisce relazioni di dipendenza energetica con i paesi produttori mentre professa una diplomazia di non-interferenza sistematicamente smentita dai fatti. Una sinistra che non riesce a tenere insieme la critica all’occupazione israeliana, la solidarietà con la popolazione palestinese, la denuncia dell’uso politico dell’instabilità regionale da parte delle potenze oligopolari e la critica della dipendenza fossile come vettore di dominazione – una sinistra che su questi temi si divide tra un filo-atlantismo imbarazzato e un terzomondismo che esalta le milizie finanziate da Teheran come forze di resistenza – non è all’altezza della complessità che vorrebbe governare.
3. Imperialismo e catastrofe: il circuito perverso La crisi ecologica non è un problema accanto all’imperialismo: è la sua forma contemporanea più compiuta.
Le grandi potenze dell’oligopolarismo – tutte, indistintamente – non si limitano a subire il cambiamento climatico o a ostacolarne la mitigazione per ragioni di interesse economico: lo incorporano attivamente nelle proprie strategie di espansione, ne fanno uno strumento di proiezione di potenza. La pretesa statunitense sulla Groenlandia – dichiarata con insolenza dalla presidenza Trump e non ritirata nelle sue implicazioni strategiche nemmeno dalle amministrazioni successive – non è un anacronismo grottesco: è la logica conseguenza di un mondo in cui lo scioglimento della calotta artica apre nuove rotte commerciali e rende accessibili giacimenti di idrocarburi e terre rare che il ghiaccio aveva fin qui sottratto alla valorizzazione capitalistica.
La Russia considera il riscaldamento del Polo Nord una opportunità strategica strutturale: nuove rotte dell’Artico, nuovi porti sul Mare di Barents, una proiezione di potenza navale e commerciale che il permafrost congelato aveva reso impossibile per secoli. In entrambi i casi, la catastrofe di oggi è la rendita di domani: il capitalismo fossile si rivela capace di monetizzare persino le proprie conseguenze.
La Cina offre un esempio di diversa natura ma di analoga brutalità. Il sistema di dighe costruito sul fiume Mekong nel territorio cinese – undici grandi sbarramenti sul corso superiore del fiume, realizzati nell’arco di tre decenni senza alcuna consultazione con i paesi a valle – consente a Pechino di regolare i flussi idrici verso Cambogia, Laos, Thailandia e Vietnam, condizionando l’agricoltura e la pesca di decine di milioni di persone.
È un imperialismo dell’acqua, silenzioso e sistematico, che non figura nei comunicati delle associazioni internazionali della sinistra ma che trasforma concretamente le condizioni di vita di intere popolazioni rurali. Quando siccità artificiali devastano i raccolti cambogiani o abbassano il livello del lago Tonle Sap – il bacino ittico che garantisce la sopravvivenza proteica di buona parte del paese – a monte c’è una scelta politica di Pechino, non una calamità naturale.
Andreas Malm ha mostrato come il capitalismo fossile non sia un incidente della storia ma la sua struttura portante: l’accumulazione capitalista si fonda sull’estrazione e sulla combustione, e il sistema climatico globale è il deposito da cui attinge e la discarica in cui riversa i propri costi. Jason W. Moore ha radicalizzato questo punto con il concetto di “oikeios”: natura e capitalismo non sono due entità separate che si scontrano dall’esterno, ma un’unica configurazione storica in cui le relazioni di sfruttamento umano e quelle di sfruttamento ecologico sono intrecciate fin dall’origine.
Ciò che Malm e Moore analizzano come struttura, le potenze oligopolari lo vivono come opportunità tattica – e lo gestiscono con la stessa disinvoltura con cui gestivano le colonie nel secolo scorso. Una sinistra che non incorpora questa dimensione nella propria analisi dell’imperialismo contemporaneo descrive il mondo di ieri.
E una sinistra che continua ad applicare la logica del campo – questo imperialismo sì, quest’altro no – in un contesto in cui tutte le grandi potenze partecipano del medesimo regime di estrazione e distruzione, è una sinistra che ha abdicato alla propria funzione critica per trasformarsi in cheerleader geopolitica. 4.
Dalla Prima Internazionale alla Prima Planetaria Come pensare, allora, una politica all’altezza di questo presente? La domanda non è retorica, e le risposte disponibili non sono consolatorie.
Bruno Latour – la cui riflessione teorica, sviluppata negli ultimi decenni della sua vita e bruscamente interrotta dalla morte nel 2022, ha il merito di porre il problema nella sua radicalità senza risolverlo prematuramente – aveva proposto in “Dove atterrare?” una distinzione che vale la pena di recuperare: quella tra il “Globale”, il “Locale” e il “Terrestre”. Il Globale è il cosmopolitismo delle élite neoliberali, l’ideologia della mobilità senza attrito, del mercato senza frontiere.
Il Locale è il nazionalismo reattivo dei populismi di destra, la chiusura identitaria come risposta al panico. Il Terrestre non è una sintesi né un compromesso: è un terzo polo che assume come punto di partenza l’attaccamento alla Terra – non in senso romantico o sentimentale, ma in senso politico-materiale – come sistema vivente di cui la politica deve farsi carico.
Dipesh Chakrabarty, dal suo versante di storico postcoloniale, ha posto il problema in termini forse ancora più esigenti: la globalizzazione è ancora una storia di agenti umani, delle loro intenzioni, dei loro conflitti di interesse. Il planetario introduce una scala radicalmente diversa, quella in cui l’umanità non è solo soggetto della storia ma oggetto di forze che essa stessa ha messo in moto e che ora non controlla più.
Questa condizione – che Chakrabarty chiama la condizione dell’Antropocene come categoria storica, non solo scientifica – non si lascia pensare con le categorie della politica moderna, né con quelle dell’internazionalismo classico. Richiede concetti nuovi, che non esistono ancora del tutto, e che vanno costruiti nell’urgenza.
Il soggetto che manca: la classe ecologica e il suo paradosso È qui che si apre il problema teoricamente più difficile, e che va affrontato senza elusioni: il problema del soggetto. L’internazionalismo classico aveva un soggetto identificabile – il proletariato – con una posizione strutturale nel modo di produzione, interessi oggettivi, forme di organizzazione storicamente determinate.
Una politica planetaria – per usare la formula che potremmo ricavare estendendo, e al tempo stesso sovvertendo, il lessico dell’organizzazione internazionale – non ha ancora un soggetto comparabile. Latour, negli ultimi anni della sua vita, aveva tentato di rispondere a questa difficoltà con la nozione di “classe ecologica”: non una classe nel senso marxiano, definita dal rapporto con i mezzi di produzione, ma una classe definita dal rapporto con le condizioni di abitabilità della Terra.
Una classe che include chiunque abbia interesse alla sopravvivenza degli ecosistemi, alla stabilità del clima, alla riproducibilità della vita – il che, in linea di principio, includerebbe la grande maggioranza dell’umanità. In linea di principio.
Il paradosso – che Latour riconosceva con lucidità disarmante – è che questa classe è al tempo stesso universale e quasi impossibile da costituire politicamente. Il proletariato era definito da un’esclusione: non possedeva i mezzi di produzione, e da questa esclusione traeva la propria coerenza come soggetto storico.
La classe ecologica è invece definita da un’inclusione – tutti abitano il pianeta, tutti dipendono dalla biosfera – ma è proprio questa universalità a renderla politicamente inafferrabile. Come si organizza un interesse comune quando l’interesse comune è talmente comune da non produrre identità collettiva?
Come si costruisce una solidarietà politica su una condizione che accomuna il contadino cambogiano impoverito dalle dighe cinesi e il manager della multinazionale petrolifera che quelle dighe, in altro modo, contribuisce a finanziare? Achille Mbembe, ragionando dalla prospettiva del continente africano – dove la catastrofe ecologica non è futura ma già pienamente presente, dove il cambiamento climatico si sovrappone al debito strutturale e all’estrattivismo senza fine – propone di pensare la politica non a partire dal soggetto ma a partire dalla vita.
Non chi siamo, ma cosa abbiamo bisogno che accada perché la vita continui. È una politica della vulnerabilità condivisa, non della forza organizzata; della sopravvivenza, non dell’identità.
È meno rassicurante del proletariato come soggetto storico, ma è forse più onesta di fronte a ciò che il momento effettivamente richiede. Vivere dentro questo paradosso senza dissolverlo prematuramente – né nell’universalismo astratto di una classe ecologica che esiste teoricamente ma fatica a costituirsi praticamente, né nel particolarismo identitario di lotte che rimangono locali mentre il nemico opera su scala planetaria – è forse il compito teorico più esigente che il pensiero di sinistra abbia mai dovuto affrontare.
E non è un caso che, di fronte a questo compito, la risposta più comune sia la fuga verso le certezze novecentesche. 5.
Perché l’irrilevanza non è innocente Si potrebbe obiettare: la sinistra ha sempre avuto i suoi ritardi teorici, ha sempre navigato tra errori di analisi e incomprensioni del presente. Perché questo momento sarebbe radicalmente diverso?
È diverso per una ragione precisa e implacabile: le sfide che abbiamo di fronte hanno scadenze fisiche, non politiche. La crisi climatica non aspetta la maturazione dei soggetti rivoluzionari.
Le soglie di temperatura, una volta superate, non tornano indietro per effetto delle decisioni dei congressi di partito. Le estinzioni di specie, i permafrost scongelati, le correnti oceaniche alterate: questi sono fatti irreversibili che si producono mentre la sinistra globale dibatte se l’imperialismo russo sia peggio o meglio di quello americano.
Le guerre che ridisegnano il sistema internazionale producono fatti sul campo – confini, distruzioni, migrazioni, morti – che non sono reversibili. Gli autoritarismi che avanzano su scala globale consolidano strutture di potere che diventeranno sempre più difficili da smontare.
In questo contesto, l’irrilevanza politica della sinistra non è una condizione neutra. È una scelta, anche quando non è consapevole.
Chi non rappresenta le soggettività reali – le popolazioni aggredite dalla guerra, le comunità devastate dal cambiamento climatico, i contadini del Mekong che subiscono l’imperialismo idrico cinese, i palestinesi che subiscono l’espansionismo israeliano, i lavoratori ucraini che chiedevano solidarietà e hanno ricevuto geopolitica – lascia che altri le rappresentino. E quelli che le rappresentano, in questo momento storico, sono i nazionalisti, i populisti di destra, i demagoghi identitari che offrono risposte semplici a domande che la sinistra non riesce nemmeno più a formulare.
La sinistra campista non è soltanto teoricamente inadeguata. È politicamente dannosa, perché produce un vuoto che viene colmato da forze peggiori.
E lo produce sistematicamente, con la regolarità di chi ha sostituito l’analisi con la liturgia – incapace di stupirsi, incapace di apprendere, incapace di vedere ciò che le categorie ereditate non prevedono. 6.
Verso una politica della Terra Non è questa la sede per un programma politico compiuto, né sarebbe onesto fingere che le direzioni che si possono indicare risolvano il paradosso del soggetto che manca. Ma alcune linee di lavoro – teorico prima ancora che pratico – possono essere abbozzate, nella consapevolezza che indicare una direzione non è lo stesso che percorrerla.
La prima è il rifiuto dell’anti-occidentalismo come bussola politica sostitutiva dell’analisi. Opporsi all’imperialismo statunitense è necessario e giusto.
Ma questa opposizione deve essere fondata su principi universalmente applicabili – la sovranità dei popoli, il diritto internazionale, la giustizia ecologica, la tutela delle minoranze – e non su una logica di campo che produce automaticamente solidarietà con qualunque potenza si contrapponga a Washington. La Cina che svuota il Mekong non è un’alternativa all’imperialismo: è un imperialismo con caratteristiche cinesi.
La Russia che bombarda le città ucraine non è la resistenza al Nato-centrismo: è una guerra coloniale condotta con la retorica anticoloniale. Israele che colonizza la Cisgiordania e distrugge Gaza non diventa progressista perché si oppone all’Arabia Saudita o bombarda l’Iran degli Ayatollah o si allea con Washington: è un progetto espansionista che va denunciato e combattuto come tale, senza che questa lotta implichi alcuna solidarietà con le potenze che Israele combatte: la solidarietà la si pratica con gli oppressi e non con gli oppressori di ogni genere.
La seconda direzione è più difficile da nominare senza cadere in una trappola simmetrica a quella che si critica. Il campismo mitizza le grandi potenze; sarebbe ugualmente sbagliato mitizzare il locale, il piccolo, il radicato – come se la prossimità al territorio fosse di per sé una garanzia di giustizia o una forma di resistenza.
Non è così: i localismi possono essere reazionari, escludenti, etnicisti, e lo sono spesso. Ciò che interessa non è il locale in quanto tale, ma qualcosa di più preciso: la politica dei popoli, intendendo con questo termine non un’entità etnica o culturale omogenea, ma l’insieme delle soggettività collettive che si costituiscono attorno alla difesa delle condizioni materiali della vita – territori, risorse idriche, ecosistemi, forme di riproduzione sociale – contro la logica estrattiva del capitalismo oligopolare.
È ciò che Latour chiamava il polo Terrestre, liberato però da ogni tentazione localista: non un attaccamento al proprio pezzo di terra contro il resto del mondo, ma la capacità di costruire alleanze planetarie proprio a partire da lotte specifiche e situate, che il capitale estrattivo minaccia in modo strutturalmente analogo pur in contesti radicalmente diversi. I movimenti indigeni amazzonici, i pescatori cambogiani che resistono alle dighe a monte, i sindacati che in Bangladesh come in Germania connettono giustizia del lavoro e giustizia climatica: questi soggetti non condividono né una lingua né una bandiera né una Internazionale che li rappresenti.
Condividono un nemico strutturale – e questa, per ora, è la forma più onesta di universalismo disponibile. La terza, e più difficile, è la disponibilità a pensare categorie politiche genuinamente nuove, senza la rassicurazione di sapere già dove portano.
La “classe ecologica” di Latour, per quanto paradossale nella sua formulazione, ha il merito insostituibile di porre il problema senza eluderlo: serve un soggetto, ma il soggetto disponibile è o troppo astratto o troppo parziale. Vivere dentro questa insufficienza – senza risolverla con la nostalgia del proletariato né con l’utopia di un’umanità finalmente unita di fronte al pericolo comune – è la condizione di un pensiero che non ha ancora le risposte ma almeno sa quali sono le domande.
Conclusione: l’urgenza come imperativo teorico Gramsci scriveva nei “Quaderni del carcere” che il compito dell’intellettuale organico non è commentare il mondo ma contribuire a trasformarlo. Ma per trasformare il mondo bisogna prima vederlo – non il mondo che vorremmo, non il mondo che le nostre categorie ci permettono di vedere, ma il mondo così com’è: con le sue contraddizioni incoerenti, il suo oligopolarismo competitivo e al tempo stesso strutturalmente solidale nella devastazione, le sue catastrofi già in corso e non ancora immaginate.
La sinistra che si rifugia nel campismo – nelle sue forme esplicite come nelle sue versioni inconsce, strutturate dal godimento ideologico che Žižek ha analizzato con impietosa lucidità – non vede il mondo. Vede il proprio riflesso nelle categorie ereditate.
E ciò che non si vede non si cambia. Il concetto di “Prima Planetaria” – il tentativo, cioè, di pensare una forma di organizzazione politica all’altezza delle sfide del XXI secolo, che non sia né una terza, quarta o quinta edizione dell’Internazionale comunista né una vaga solidarietà umanitaria – è ancora, almeno per ora, più una domanda che una risposta.
Ma è la domanda giusta. Ed è già qualcosa, in un tempo in cui la sinistra globale si ostina a dare risposte sbagliate a problemi che ha smesso di porsi.
Il pianeta non aspetta le nostre categorie. È già in movimento – nei ghiacci che si sciolgono aprendo nuove rotte imperiali, nelle guerre che ridisegnano le frontiere sulle rovine delle popolazioni civili, nelle crisi energetiche che intorno allo Stretto di Hormuz trasformano ogni tensione e conflitto regionale in una variabile del mercato petrolifero globale, nelle migrazioni forzate che attraversano i confini come mai nella storia moderna.
La domanda è se sapremo essere all’altezza di questo movimento – o se preferiremo restare fermi, coerenti e irrilevanti, custodi fedeli di un’eredità che abbiamo smesso di abitare. Riferimenti teorici Malm, A., Fossil Capital:
The Rise of Steam Power and the Roots of Global Warming, Verso, 2016. Chakrabarty, D., The Climate of History in a Planetary Age, University of Chicago Press, 2021.
Latour, B., Dove atterrare? Come orientarsi in politica, Einaudi, 2018;
Mémo sur la nouvelle classe écologique, La Découverte, 2022 (con N. Schultz). Moore, J. W., Capitalism in the Web of Life:
Ecology and the Accumulation of Capital, Verso, 2015. Mbembe, A., Brutalisme, La Découverte, 2020.
Žižek, S., The Sublime Object of Ideology, Verso, 1989; Living in the End Times, Verso, 2010.
Ronchi, R., Materialismo al tramonto, Orthotes, 2024. CREDITI FOTO:
Festa della Liberazione, Roma. ANSA/ MASSIMO PERCOSSI L'articolo Dalla Prima Internazionale alla Prima Planetaria proviene da MicroMega.