Politica
Meloni in campagna elettorale, con un occhio a Vannacci
Ci si vede in tribunale: si potrebbe sintetizzare così lo stato delle cose circa il nuovo decreto “sicurezza”, il quarto di questo governo, approvato in contemporanea al “decretino” che modifica la norma sui rimpatri, l’art. 30-bis, varato nel Consiglio dei ministri di undici minuti tenuto nella sala del governo a Montecitorio, nella tarda mattinata di venerdì 24 aprile, a ridosso del voto della Camera al primo decreto, dopo una maratona notturna finita con i cori di Bella ciao delle opposizioni e l’inno di Mameli della destra, seduti e rigidi ai loro posti Salvini, Piantedosi e tutti i leghisti. Altrettanto rapidamente, poco dopo le 17, il presidente della Repubblica promulga il primo ed emana il secondo, un folle gioco a incastri per un testo che finirà, alla prima occasione utile, di fronte ai giudici della Corte costituzionale, che avranno sicuramente molto da sottolineare e cassare.
Due aspetti vanno messi a fuoco, uno sui contenuti, l’altro sui rapporti tra i poteri dello Stato, entrambi espressione di nuovi rapporti di forza tentati dalla destra. Dei contenuti della nuova legge vi abbiamo già detto (vedi qui), ma vale la pena ricordarli brevemente: fermo preventivo di dodici ore, divieto di portare coltelli oltre i cinque centimetri di lama, stretta sulle manifestazioni con norme depenalizzate, ma trasformate in sanzioni salatissime per il mancato preavviso e per chi non rispetta le limitazioni poste alla circolazione o cambia itinerario, per chi “turba il pacifico svolgimento di una riunione in luogo pubblico o il regolare espletamento del relativo servizio di ordine e sicurezza pubblica”, per chi nasconde il proprio volto, fino a ventimila euro nell’ipotesi di “disobbedienza all’ordine di scioglimento” della riunione o dell’assembramento; ampliato il Daspo urbano per creare “zone rosse” emarginate dal resto della città; registro separato per le forze dell’ordine per i reati compiuti con “causa di giustificazione” (misura invocata dalla destra per l’agente di polizia Carmelo Cinturrino, dopo l’omicidio a Rogoredo di Abderrahim Mansouri, ma le indagini hanno sconfessato la legittima difesa); estensione delle operazioni sotto copertura agli ufficiali di polizia giudiziaria e agli appartenenti ai nuclei investigativi del Corpo di polizia penitenziaria; stop al gratuito patrocinio per i ricorsi degli stranieri contro i provvedimenti di espulsione.
E poi la famigerata norma sui rimpatri: il decretino correttivo amplia la platea di chi potrà ricevere il compenso di 615 euro previsto: non più solo gli avvocati, ma anche mediatori culturali e associazioni (sarà un decreto del Viminale a stabilire il perimetro dei soggetti), scompare il supporto del Consiglio nazionale forense che aveva protestato, e il compenso non è più solo all’esito positivo del rimpatrio del migrante, ma in conclusione del procedimento amministrativo, cifre stanziate: 281mila euro per il 2026, 561mila per il 2027 e il 2028. Come si vede, si tratta di norme che stabiliscono un braccio di ferro tra il governo meloniano e il resto della società che, se non normalizzata, viene repressa e marginalizzata, scudati gli agenti a cui è delegato il controllo sociale, irregimentate categorie di persone usate nella principale crociata dei nostri giorni, la più redditizia sul piano dei consensi: quella contro i migranti – al punto da creare nuove figure di “buttafuori”.
La giornata di venerdì va poi considerata una giornata storica nei rapporti tra Quirinale e palazzo Chigi, con un picco di tensione e uno scontro verticale tra i poteri dello Stato di rara intensità. La palese incostituzionalità di diverse norme, a partire da quella sui “buttafuori”, aveva costretto il presidente Mattarella, pur nella sua magnanimità, ad alzare il telefono e convocare il pio sottosegretario Alfredo Mantovano, il quale si era precipitato al Colle lo scorso giovedì: si era pensato, dunque, per una mezz’oretta, che la questione fosse stata risolta con una terza lettura che avrebbe eliminato in toto l’art. 30-bis; poi qualcuno deve avere capito che il governo sarebbe andato a sbattere non portando a casa il decreto, e allora l’ideona di un “decretino” che avrebbe cassato una norma facendola rimanere in vita per pochi minuti, tra una promulgazione e un’emanazione.
E invece no. La sorpresa è che Meloni tiene il punto: altro che cassare la norma, il nuovo testo la rielabora e la rilancia, aprendo così un muro contro muro che Mattarella, da vecchia volpe della politica, ha rimandato al mittente, chiudendo la storia.
Temporaneamente. Perché la vicenda segna la data di inizio della campagna elettorale di Giorgia Meloni, che ha un nemico in più, forse quello che teme di più, stando alle sue mosse:
Vannacci, il generale e politico costruttore di una Adf all’italiana. Dietro il decreto e il decretino, c’è la sua ombra – e quella di un capo dello Stato che è riuscito, più di tutte le opposizioni messe insieme, a creare una forza di attrazione contraria al governo della destra.
La sfida della destra contro Mattarella è aperta, in stile fascista, con provocazioni e aggressioni, con una guerriglia che però non è affatto detto che vincerà. Intanto, stanno provando a cucinare la nuova legge elettorale, con norme “piglia tutto”: solo quelle, infatti, potranno salvare le poltrone di Meloni e della sua banda.
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